Istruzione nel m0ndo: la Cina

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Invidiato da molti Paesi Occidentali per le performance accademiche che conquista, ricusato da altri per i metodi ferrei su cui si fonda, il sistema educativo cinese potrebbe sembrare ai più l’adamantina trasposizione del “volli sempre volli” di alfieriana memoria. Ma cosa si cela dietro a questo paradigma? Cerchiamo di analizzare il tutto e chiediamoci in prima istanza: di chi è figlia, a livello educativo, la Cina?

Anzitutto, la Cina è figlia del metodo Singapore, modello di una rappresentazione simbolica del concetto matematico che faccia da ponte tra la sperimentazione matematica concreta e la rappresentazione astratta, tramite l’insegnamento di grafici, modelli e percentuali agli scolari fin dalla tenera età. Inoltre, la Cina è figlia della dottrina confuciana: deontologia indirizzata verso il sacrificio e l’ossequio dei valori tradizionali del focolare domestico, senza mai venir meno alle obbligazioni sociali. Il cosiddetto Xiaoxue Biye zheng, equivalente ad un diploma di Scuola Primaria, si può ottenere solo dopo aver brillantemente superato l’esame di Educazione Morale, un vero e proprio vademecum di sciovinismo maoista e di istruzione confuciana. Infine, la Cina è figlia del tizhi, ovvero quell’impianto di coordinamento concettuale del processo di conoscenza che viene applicato magistralmente nell’organizzazione del sistema scolastico cinese, che garantisce da decenni il raggiungimento di primati su primati nei ranking internazionali per la validità dell’insegnamento impartito.

Ma osservando questo gigante emergere da secoli ove è rimasto supinamente quiescente nel background economico-politico, si colgono i segni di un’accelerazione brusca che ha lasciato dietro di sé questioni ancora insolute. Spicca della cupa foschia di incertezza in quel cielo di acclamata efficienza educativa. Ci si domanda allora come sia possibile che nelle scuole primarie, il 98% circa degli studenti frequenta assiduamente i corsi, per poi perdersi mano a mano sul tragitto che li condurrà alla formazione universitaria. Non a caso, è solo il 21% degli studenti dei Licei che proseguirà negli Atenei della Repubblica Popolare. A cosa è dovuto questo abbandono scolastico smisurato? A differenza di quanto propina la propaganda del PCC,l’investimento nell’Istruzione è assai limitato (all’incirca il 2% del Pil): il fenomeno genera un’offerta decisamente carente di banchi nelle Università e, pertanto, una fetta non indifferente di possibili laureandi rimane tagliata fuori.

Ma tra mille statistiche e stime condite dai cuochi di regime, a mio parere il dilemma più alienante diviene l’enorme sottovalutazione della formazione classica dello studente cinese. La battaglia in apologia dell’erudizione umanistica di Giambattista Vico sembra persa definitivamente nella Cina del ventunesimo secolo. Le lezioni di matematica e scienze saccheggiano tempo prezioso alla letteratura e alla filosofia. Chissà se la scelta del Governo di incaricare Mo Yan, Premio Nobel per la Letteratura nel 2012, come Ministro dell’Istruzione, non abbia l’intenzione di invertire questa tendenza di annichilimento dei valori classici?

Andrea Pocaforza

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