Norwegian Mood 6, Winter is coming

di Clemente Micciché

Rain drops on car window and fjord landscape

“Allora? Ti è piaciuta l’estate?”
Mi trovo seduto al bar della biblioteca, davanti a un tè bollente mentre guardo rapito le gocce d’acqua rincorrersi sulla grande vetrata centrale che dà sul parco del campus, fino a fluire in rivoli  via via più larghi e veloci che si susseguono, creando una parete di rugiada tra il locale e il mondo esterno.
La vetrata, che fino ad allora avevo visto lucente, spaziosa e luminosa, filtra ora le immagini rendendole ovattate, pastose, simili ad illustrazioni di libri per bambini.
Assorto in non-pensieri, mentre lascio quell’immagine magica occuparmi la mente con forza magnetica, ignoro le parole di Jan, un ragazzo norvegese conosciuto da poco.
“Scusa, non stavo ascoltando, cos’è che dicevi?”
“Che abbiamo avuto una bella estate quest’anno”
“In che senso abbiamo avuto, scusa, siamo alla terza settimana di agosto”
“Appunto. Da adesso solo pioggia e cieli incolori, ma ci sarà ancora abbastanza luce, seppur bianca e opaca.   A novembre arriveranno il freddo e il buio”.
Lo guardo in viso, perplesso.
“Scusa ma l’autunno?”
“Ah, l’autunno. Da noi non esiste. Abbiamo sei mesi di inverno, da temperato a pesante. “
In Norvegia l’estate dura un mese. A settembre iniziano i temporali; ma non sono violenti e passeggeri acquazzoni estivi, o almeno all’inizio lo possono sembrare agli occhi di chi non li conosce, solo che non finiscono.
Adesso comprendo la frenesia dei Norvegesi durante il mese di agosto.
Comprendo l’uscire di casa alle sette del mattino di domenica, l’andare a ballare o a bere qualcosa presto per non precludere la mattinata della giornata successiva.
Comprendo tutt’a un tratto i loro ritmi, che tanto mi avevano colpito.
Nessuno considera il tempo un bene così prezioso come gli scandinavi.
Per fare un esempio, mentre una mattina mi dirigevo in università, una ragazza mi ha urtato mentre correva verso lezione, senza girarsi o chiedere scusa. Istintivamente mi era parso un segno di maleducazione, salvo poi farmi spiegare che tutt’altro, era un segno di rispetto.
Già mi aveva interrotto e disturbato una volta, chiedere scusa sarebbe stata un’iterazione.
Eppure, sebbene a un primo sguardo i Norvegesi sembrino sempre di fretta, sempre affannati, il loro atteggiamento è esattamente il contrario.
Non sono vittima del tempo, ma lo dominano.
Cercano di sfruttare e occupare ogni singolo momento della giornata, ogni singolo fotone di luce, senza alcun tipo di pressione, ma con estrema gioia, godendo del tempo che si rende loro disponibile.
Questo avviene poiché conoscono il ciclo delle stagioni del paese in cui vivono. Il problema non è tanto il freddo, per quello ci si può coprire a dovere, e qualsiasi locale, dagli autobus agli stadi di calcio, è adeguatamente riscaldato.
Il vero dramma è la luce.
Nei mesi di novembre e dicembre si arriva ad avere fino a quattro, quattro ore e mezzo di luce. Se inoltre si tiene conto che quelle scarse ore di sole quasi sempre coincidono con quel velo bianco opaco e anonimo di cui mi parlava Jan, si intuisce facilmente il loro atteggiamento nei mesi estivi.
Hanno verso la luce lo stesso atteggiamento di chi chiede un prestito per dare vita alle proprie idee, o alla propria impresa. Ben consci che presto dovranno restituire con gli interessi quanto hanno ottenuto, cercano di sfruttarlo nel miglior modo possibile, senza sprecarne neanche un centesimo.
Gli interi finesettimana vissuti al parco, le giornate che iniziano prestissimo la mattina, sono frutto di quello che sarà lo sviluppo di lì a poche settimane, giorni interi a non vedere la luce del sole, perché nei pochi sprazzi di chiarore si è già al lavoro, a scuola, all’università.
E mentre ripenso con tenerezza alla famiglia che abita sotto il mio piano che usciva di casa alle sei del mattino per fare i picnic, torno a guardare la vetrata dell’università, mentre il temporale si è acquietato, con gocce lente, ma costanti.
“Quando fa così significa che non smette”, chiude Jan.
Fu così che mentre terminavo di sorseggiare il mio tè bollente assistetti all’inizio dell’inverno.
Era il venticinque agosto.

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