Norwegian Mood 5, Scorci di Medioevo

di Clemente Micciché

In questi giorni, tra i vari corsi che sto frequentando, si inserisce “Storia dell’arte medievale scandinava”.
Entrati in classe è iniziata la proiezione di “Medeltidsmässa inspelat i Endre kyrka, 1450”.
Probabilmente di diritto tra i filmati meno visti e più difficilmente reperibili, per la sua estrema particolarità e il ridottissimo pubblico cui potrebbe interessare.
Si tratta di un documentario del 1989, della durata di quarantotto minuti, in cui viene inscenata una messa cantata del 1450 all’interno di una chiesa scandinava di Gotland, un’isoletta a sud est della Svezia.
CathedralGotlandLa messa si svolge in latino e svedese medievali, e viene officiata da un professore universitario di letteratura latina che svolge anche le mansioni di prete nella sua quotidianità.
Probabilmente pochissimi, tra quei pochi che l’hanno avuto per le mani, hanno avuto il coraggio di vederlo per intero, eppure guardandone i cinque minuti inaugurali ne ho avuto una forte impressione.
La telecamera infatti, dopo aver inquadrato l’interno della chiesa, le vetrate, il crocifisso e l’altare, si è soffermato sulla pala dipinta prima di riprendere lo sguardo sull’aspetto liturgico, il dialogo tra il prete e i fedeli.
Mi sono banalmente accorto che non avevo mai visto una pala d’altare dipinta degli inizi del duecento nella sua posizione e funzione originarie, all’interno della chiesa, durante una messa.
E ho ripensato all’ingresso trionfale della Galleria degli Uffizi, con le grandi pale di Giotto e Duccio di Buoninsegna. In realtà non avevo mai compreso cosa di esse me ne faceva innamorare; non possedevano la grazia di Botticelli o la perfezione di Leonardo, né la potenza di Caravaggio, eppure ne venivo rapito come nessun’altra sala riusciva a fare.
L’ho capito guardando quel filmato.
Seppure i maestri scandinavi non abbiano la medesima qualità pittorica dei pittori italiani del duecento, la resa emotiva era la stessa, accentuata e amplificata dall’atmosfera che vi regnava.
Ciò che dimentichiamo troppo spesso è che l’arte religiosa non nasce per essere bella.
È ovvio che deve risultare gradevole e attrarre lo spettatore verso se stessa, ma questa è solo la fase preliminare, e la bellezza è una qualità marginale, di secondo piano, tra quelle che debbono avere le pale d’altare.
Regna su tutte la tenerezza. Le passioni di Cristo e le madonne coi loro elaborati panneggi, non debbono colpire la mente e la memoria, ma scuotere i cuori. Non mirano a strappare sorrisi e stupori, ma lacrime e sussulti. E lo si può appena intuire quando si accede nelle grandi sale museali, poiché vi si va con un atteggiamento diverso, chiacchierando tra amici o ascoltando una guida, alla ricerca dell’interessante, di quel dettaglio o soluzione stilistica che ha reso indelebile il nome di un pittore o di un altro.
Ci si dimentica che i maestri dell’ arte sacra, che prima di Giotto erano infatti perlopiù anonimi, lavoravano rivolgendosi a un pubblico che pregava in silenzio, che non cercava l’interessante ma il rassicurante, il confortevole.
Credo sia questo il motivo per il quale l’opera che mi abbia colpito di più nella mia breve esperienza di appassionato di arte sia stata una Madonna di Giovanni da Milano, conservata alle Gallerie dell’Accademia di Venezia.
È stata la prima e finora ultima volta in cui ho provato una repulsione fisica verso l’idea di lasciare il museo.
Si trova all’ingresso, per ovvi motivi di ordine cronologico.
Ebbene io alla fine della visita, ricca di grandi capolavori di Giorgione, Bellini, Leonardo, sono tornato quasi di corsa da lui, Giovanni da Milano, rapito da quel sorriso tenero e struggente, emanante vitalità.
Non riuscivo a separarmene, e quando sono dovuto uscire sono stato accolto da un certo senso di malinconia, per aver reciso quell’intimo dialogo con quella tenera madonna.
È curiosamente ironico, che per comprendere e intuire emozioni provate anni prima a Firenze e Venezia mi sia dovuto sorbire un documentario degli anni ottanta in svedese medievale.

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