Norwegian Mood 4, Inizi

di Clemente Micciché

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La piazza gremita di studenti, famiglie, turisti che si fermano ad ascoltare quella meravigliosa melodia posponendo i loro programmi.
Händel, Bizet, Grieg, i Carmina Burana di Orff.
Sembra l’inaugurazione di un festival musicale o di un grande evento cittadino, invece è l’inaugurazione dell’anno accademico. Probabilmente sbaglio a dire “invece”, perché qui a Oslo è veramente considerato un evento di grande portata.
Dopo il rettore la parola passa al ministro dell’istruzione e al sindaco.
Ciascuno di loro parla in norvegese e inglese, con la traduzione istantanea nel linguaggio dei segni.
Non ero abituato a manifestazioni del genere.
Rimango letteralmente basito. Non ho mai visto nessuno in Italia tenere così tanto al mondo accademico, di contro visto quasi come un peso economico, anzi che un’opportunità sociale.
Ed è il primo messaggio che passa dalle parole del rettore e del ministro.
I loro discorsi non esordiscono con complimenti, ma con ringraziamenti.
“Grazie per aver scelto la migliore università della Scandinavia. Grazie per farne parte e per dare il vostro contributo, perché siete voi a renderla tale. Non importa se starete qui solo per un semestre o se continuerete a stare in questa università, in questa città, già il solo essere qui da parte vostra fa sì che stiate aiutando l’ateneo e la città tutta a crescere, qualsiasi cosa stiate studiando”.
È difficile da spiegare l’atmosfera che dominava sulla piazza in quel momento, nel contrasto tra le cerimoniose vesti delle figure accademiche e la grande umiltà con cui si rivolgevano ai propri studenti.
Nella mia breve esperienza accademica ho partecipato a due cerimonie di apertura, quella dell’Università Statale di Milano e quella della Scuola Normale Superiore di Pisa.
La prima è stata umile, cerimoniosa la seconda. Ma nessuna delle due era riuscita a coniugare i due elementi. In quel pomeriggio soleggiato di Oslo ho sentito al contempo di trovarmi in un’università che aveva mezzi e fini decisamente alti senza la spocchia che molte strutture accademiche pluricentenarie e riconosciute hanno.
Si respirava quell’aria che mi era sempre mancata, quella da università americana, in cui ci si sente emozionati a farne parte.
Il tutto però in un ambiente molto più vivo e frizzante, eclettico e moderno.
L’università di Oslo esiste da duecento anni, ma ogni sua struttura e organizzazione ha avuto luce negli anni ’60. Hanno letteralmente compiuto un miracolo in mezzo secolo.

Il lunedì successivo mi sono presentato alla mia prima lezione, trascinandomi dietro quelle forti emozioni che si erano ulteriormente accentuate, creando in me uno stato di frenetico fermento.
Entro in classe, e già questa è per me una sorpresa. Era dai tempi del liceo che non seguivo una lezione in una classe, nella quale veniva data la possibilità di interagire attivamente coi professori anzi che ascoltare frontalmente la lezione. È vero che gli studenti sono la metà di quelli di Milano, ma è anche vero che il rapporto personale-studenti qui è uno a quattro, a Milano uno a quindici.
L’aula presenta tre file di banchi continui e bianchi, in simil legno, perfetto esempio di design norvegese minimalista. Anche la tela su cui vengono proiettate le immagini fuoriesce da una struttura che richiama l’arredamento delle mura. Domina il bianco, accentuato dalla luce del sole che vi riflette espandendosi per tutta la stanza.
Completamente diverso è l’approccio di base. Per poter sostenere l’esame sono infatti richieste due esposizioni orali e un paper di ricerca originale, che devono essere approvati per poter avere accesso alla prova finale. Le ore di lezione sono molto ridotte rispetto ai corsi degli atenei italiani, meno della metà, ma è richiesto molto più lavoro autonomo; non si può assorbire la lezione e una volta finito il corso iniziare a studiare, o limitarsi a riprendere e recuperare quanto detto dal professore, ma è necessario studiare in itinere per conto proprio e fare ricerche personali per poter partecipare attivamente alla lezione e non venirne tagliato fuori.
Si presta molto più attenzione alla parte creativa e al contributo individuale, aspetto che in Italia viene curato solo presso i master e alcune lauree magistrali, e il supporto mnemonico viene considerato un requisito di base, ma non è la parte su cui si concentrerà l’esaminazione finale.
Non è per forza detto che questo metodo sia migliore del nostro, sicuramente è molto più stimolante e affascinante. Ovviamente sono necessarie delle larghe basi, e ho notato come il livello medio di conoscenze sia molto più alto tra gli studenti italiani rispetto a quelli stranieri, ma qui si sviluppa molto di più l’elaborazione personale, che sarà poi la parte necessaria per poter applicare i propri studi, qualsiasi sia lo sbocco che si voglia intraprendere.
È ancora presto per dare un giudizio sul sistema universitario, la prima impressione che ne ho avuto non può tuttavia essere che positiva.
È sicuramente un paese in cui frequentare l’università porta ancora uno status di un certo tipo, nelle cui aule si percepisce di essere valorizzati per quello che gli studenti sono e fanno, e dove qualsiasi aspetto è curato nel minimo dettaglio.
Basti pensare che il parlamento degli studenti ha un edificio al centro del campus, una di quelle classiche case nordiche in legno, con doppio balcone e un’ampia aula per le riunioni, o che all’interno del campus vi siano supermercati, librerie, uffici delle poste e palestre.
In questi ultimi cinquant’anni credo che le università scandinave siano quelle che si siano migliorate più di tutte, importando il modello europeo e americano senza perdere la loro peculiarità, e personalmente credo che nel giro di altri cinquant’anni potranno competere con i più grandi atenei del mondo, pur non avendone la storia né la tradizione, perché vi sono tutti gli elementi fondamentali per entrare di diritto nell’élite del mondo accademico.

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