Norwegian Mood 3, Sognsvann

di Clemente Micciché

Sento il sangue sfrigolare sotto la pelle, e cercare una via verso l’esterno nel suo continuo ribollire, mentre le mie braccia si muovono vorticosamente fendendo l’acqua, traendone l’energia per il loro sostentamento.
Apro gli occhi sott’acqua e vengo invaso da un verde mare molto accentuato, pastoso, di una tonalità quasi salmastra, ma di una consistenza del tutto inversa: fredda, dinamica, solida.
Mi fermo un attimo, tornando a galla, cercando di assorbire i tenui raggi solari, dolci quanto flebili ed eterei, che si disperdono prima di accarezzarmi.
Passa poco tempo prima che mi penta della scelta.
Il sangue smette di fermentare e scuotermi, e d’improvviso il mio corpo si rarefà, non più vibrante e vivo.
Ricomincio subitaneamente a nuotare con tutte le energie che ho in corpo, spinto da un sentore di istintivo pericolo che aveva iniziato a balenarmi piano piano, stavo iniziando infatti a perdere la sensibilità delle gambe.
Esco dall’acqua e raggiungo la terra ferma, galvanizzato e rinvigorito dall’esperienza.
In totale il bagno sarà durato sì e no un paio di minuti.
Il termine “bagno” è letteralmente ideale per descrivere il modo in cui qui si fa una nuotata.
Le temperature infatti impediscono di rilassarsi in acqua, o di sedersi su uno scoglio con i piedi a mollo; ciò che nei pressi dei laghi si vede nelle tiepide giornate di sole è un vasto pubblico, perlopiù formato da bambini incoscienti e turisti sprovveduti fare avanti e indietro dalla terraferma all’acqua, bagnarsi fino alla sopportazione e tornare indietro repentinamente, ripetendo questa sequenza a cicli, fino a quando l’orario lo permette.
Il motivo per cui ci si sottopone a tutto ciò pare inspiegabile a chi guarda la scena divertito facendo un picnic o giocando a carte, ma risulta evidente e immediato a chi è abbastanza sconsiderato da tentare.
Nel momento in cui si esce dall’acqua il sole, prima timido, si mostra arrogante, e il corpo tonificato e rinvigorito dal grande sforzo viene d’improvviso abbracciato dal caldo tepore dei raggi solari.
I bagni ghiacciati estivi hanno lo stesso effetto di chi rientra in sauna dopo essersi rotolato nella neve, di una dolce ripresa da un trauma che risveglia ogni tuo senso, scoprendo il tuo lato ferino per un attimo salvo poi ritrarlo.
È come riscoprirsi animali e divenire mansueti prima di rendersene conto.
Il tutto in una cornice meravigliosa.
Sognsvann è uno dei principali laghi della città.
Lo si raggiunge in metropolitana o in autobus, come del resto avviene anche per le piste da sci, poiché una delle più grandi qualità della città è riuscire a far convivere natura e cultura senza soluzione di continuità, senza che una domini mai sull’altra.
Il lago, circondato da numerose panchine, prati su cui sdraiarsi e una piazzola per i camper, è sfruttato dai cittadini tutto l’anno; nei mesi caldi per i picnic, i barbecue e, per i più avventati, le nuotate.
Nei mesi invernali per passeggiate, jogging o la pesca.
Si trova a due passi dallo studentato più grande della città, Kringsjå, il che significa che è sempre pieno di studenti che stanno leggendo, prendendo il sole, bevendo una birra o chiacchierando tra amici.
Per questo motivo, usciamo di casa in quattro e ci troviamo catapultati in un picnic di quaranta persone, forse più, pronte ad accoglierci e ad offrirci leccornie provenienti da tutto il mondo, cucinate dal variopinto pubblico degli studenti erasmus.
Mi trovo così a fare amicizia con molti ragazzi, ritrovo chi conoscevo soltanto di vista, e il tempo passa, mentre la temperatura si abbassa.
Mentre mi sto intrattenendo con un gruppo di ragazzi, perlopiù sudamericani, scatta la folle idea dalla bocca di un ragazzo brasiliano.
“Raduna i tuoi nuovi amici, ci sfidiamo. Europa-Sudamerica. Chiediamo la palla a quel bambino laggiù e regoliamo i conti. Tanto non c’è storia.”
“Gli ultimi mondiali non direbbero lo stesso”, esordisco io, incontrando il loro sguardo per un breve tratto melanconico. Evidentemente la ferita è ancora aperta. Mi piacerebbe un giorno parlare con un brasiliano di quel Brasile-Germania 1-7, capire cosa ha provato in quel momento quel popolo, in una delle più grandi tragedie sportive del secolo, ma non è questo il momento.
Entusiasti ci avviciniamo al ragazzino norvegese che sta palleggiando da solo. Ci guarda spaventato.
Del resto non credo che la versione di me a dodici anni avrebbe gradito vedere venirsi incontro un nugolo di una decina di ragazzi ventenni, apparentemente senza motivo.
Quando capisce che vogliamo giocare, gli si stampa un gran sorriso in faccia.
E il padre inizia a considerare l’idea che non avessimo cattive intenzioni.
Il bambino si aggrega al fronte europeo, e la partita inizia.
Il campo è il classico campo da parco verde, una distesa d’erba irregolare con tratti di fango e di melma, con la differenza che è delimitato a destra da una parete rocciosa e a sinistra dall’acqua gelata.
I sudamericani introducono una regola, per pareggiare il fatto che giocassimo uno in più, seppur con un bambino.
Si gioca a piedi nudi.
Non è una partita di calcio, è un incontro tra culture. Le squadre si muovono in campo in maniera del tutto aliena l’una all’altra, probabilmente perché nessuno di noi aveva mai giocato a calcio professionalmente, ma tutti noi avevamo imparato a giocare per strada, assimilandone le movenze e le diverse mentalità.
I Cileni, gli Argentini, i Brasiliani non corrono. Danzano.
Cambiano continuamente ritmo, fintano di continuo, cercano sempre la mossa più estetica, anche quando fosse meno efficace. Tunnel, doppi passi, gol di tacco.
Gli Olandesi, i Tedeschi, gli Italiani sono tutto un correre in fascia e passare la palla in mezzo all’uomo che si liberava dai blocchi delle marcature. Brutti ma molto efficaci.
Ogni tanto nei momenti morti ci si fermava a guardare il tramonto ocra, scarlatto e rosso Tiziano riflesso nelle acque del lago, ipnotizzati.
Poco prima che facesse buio, la partita era in una fase di stallo; si decide così che l’ultimo gol avrebbe deciso la gara.
Leo, questo era il nome del bambino norvegese, vede la palla rimbalzargli davanti e istintivamente insacca in mezzo ai pali.
È il finale perfetto, come lo orchestrerebbe un regista hollywoodiano; ogni avventura necessita il suo eroe, e nessuno avrebbe potuto interpretarlo meglio di lui.
Si vede abbracciare e complimentare da ragazzi molto più grandi di lui, gli brillano gli occhi; avrà qualcosa da raccontare nel tema “racconta cosa hai fatto nelle vacanze”.
E noi rientriamo, mentre il buio e il freddo ci sospingono verso casa, tra abbracci, risate e birre ghiacciate in mano, salutando con tenerezza Sognsvann, teatro di tante gioie.

11872660_10207399758097136_762591808_n

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...