Norwegian Mood 2, Universitetet i Oslo

di Clemente Micciché

Dopo qualche giorno di ambientamento, con una certa emozione in corpo rappresentata da un misto di pacata serenità e curiosità morbosa, mi dirigo verso l’università che mi avrebbe dovuto ospitare per il prossimo semestre.
Sceso dalla metropolitana mi convinco di esser rimasto vittima per l’ennesima volta del mio pessimo senso d’orientamento e di aver preso la linea sbagliata; mi trovo infatti circondato da alberi e parchi giochi per bambini, di cemento e strutture neppure l’ombra.
Scorgo però davanti a me dei ragazzi miei coetanei e decido di seguirli, finendo per scontrarmi contro il campus universitario.
Il primo istinto che si ha appena vi si giunge è quello di respirare a pieni polmoni.
È l’esatta antitesi delle università italiane: architettura minimalista moderna immersa tra prati e alberi, con tutte le strutture possibili e immaginabili armonicamente inserite nel contesto del campus, dalle caffetterie alle poste, fino ai parchi giochi per i figli di professori e studenti, che mi avevano sviato in prima battuta.
Bisogna infatti tener conto che qui è molto comune trovare studenti con figli a carico, e in ogni studentato il piano terra è dedicato alle giovani famiglie, in modo che possano avere il giardino disponibile per far giocare i propri figli. La cura e l’attenzione che si ha in Norvegia verso ogni minimo dettaglio è maniacale, ed è stupendamente affascinante per chiunque arrivi, figurarsi per un italiano.
L’altra grande sorpresa è la disponibilità di chiunque nei tuoi confronti. Quando in Italia finisci per errore nell’ufficio sbagliato, ti dicono semplicemente che non è compito loro, e sta a te rimediare; qui ti accompagnano all’ufficio corretto e alla fine ti mandano una mail per chiederti se è andato tutto bene.
Discorso a parte merita la nuova biblioteca, inaugurata nel 1999; è un vero tempio della cultura, un’architettura postmoderna che rimanda ai templi greci, con l’utilizzo del marmo nero e enormi vetrate che danno sul campus e fanno entrare la luce naturale. All’ingresso c’è una selezione di tutti i più importanti quotidiani del mondo, segno di una cultura e un rispetto straordinari, cui segue una caffetteria, diverse sale lettura, e diverse postazioni per stampare documenti, fare fotocopie e scansioni, il tutto gratuitamente per ogni studente del campus. Gli addetti alla sicurezza o al silenzio generale non ci sono. Per il semplice motivo che non ce n’è bisogno.
Scopro che ogni facoltà, oltre ad avere il suo bar, ha anche la sua birreria, per poter bere qualcosa con gli amici alla fine di un’intensa giornata di studi.
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Le mie aspettative erano molto alte, ma sono state ampiamente superate. Entrando nel campus universitario sembra di essere in un altro mondo, in una società che si prende veramente cura dei propri studenti, in una società dove l’università non è considerata un parcheggio per quei ragazzi che non sanno cosa vorranno fare in seguito, ma dove si respira veramente l’aria di chi vuole formare la classe dirigente del futuro. E vuole farlo sotto ogni minimo aspetto. In Italia ci sono numerose università di eccellenza, o università che eccellono in alcune facoltà, ma qui a Oslo c’è la stessa cura e attenzione verso ogni campo di studi.
Mi capita spesso in Italia di dovermi giustificare quando comunico agli altri il mio campo di studi, la filosofia.
“Sì, ma voglio fare carriera accademica, seguire degli obiettivi”, quasi per dovermi estraniare da quello che è lo stereotipo di chi studia una materia umanistica. Qui quando parlo del mio campo di studi mi guardano con estremo rispetto. E lo fanno anche con chi studia geografia umana, antropologia o studi vichinghi.
Perché si dà per scontato che se hai fatto una determinata scelta è perché l’hai ponderata, non perché non hai passato il test di medicina o non sei abbastanza sveglio per fare ingegneria.
Il mio primo approccio con il sistema universitario è stato meraviglioso, sembra una civiltà avanti di cento anni sotto questo punto di vista, eppure ha una tradizione accademica da appena un secolo e mezzo, a differenza della nostra.
Certo, essere il terzo esportatore mondiale di petrolio aiuta, se vuoi diventare la prossima avanguardia dell’ambiente accademico e intellettuale, ma è anche vero che se si leggono i primi due della lista, Arabia Saudita e Russia, si evince come investire così tanto nel sistema dell’istruzione sia tutt’altro che scontato.
Non potevo desiderare impatto migliore con la mia università.
E dovevo ancora iniziare a frequentarla

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