Norwegian Mood 1, l’arrivo e il primo impatto

di Clemente Micciché

Mi risveglio improvvisamente, scosso dalla turbolenza che smuove il torpore generale che regnava sull’aereo. Guardo fuori dal finestrino, e quasi mi sembra di sentire l’odore della nebbia che sovrasta un’immensa e smisurata macchia verde. Segue l’annuncio del capitano: siamo pronti all’atterraggio, il tempo è soleggiato e stabile, con la temperatura che si aggira sui sedici gradi.

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Visuale dalla mia stanza

Sedici gradi alle 15.30 di martedì 4 agosto. L’impressione è di aver compiuto un viaggio interminabile ed essere arrivati in pieno autunno, ma l’atmosfera è veramente molto piacevole, ci si accorge subito di essere entrati in una realtà del tutto differente dalla nostra.
Probabilmente i passeggeri seduti al mio fianco non avevano il mio stesso entusiasmo, poiché guardavano dal finestrino allucinati, pentendosi della scelta della loro meta per le vacanze, mentre io con tutta tranquillità tiravo il giaccone invernale fuori dallo zaino e sentivo come un intimo sentimento di rivalsa verso coloro che a Milano, con 35 gradi all’ombra, mi guardavano attoniti posare il giaccone sul metal detector.
Avrei scoperto pochi giorni dopo che sebbene la Norvegia adotti il nostro stesso fuso orario, la vita locale scorre anticipata di qualche ora, una specie di effetto contrario di quello che accade in Spagna rispetto al nostro paese.
Scopro così che l’ufficio di consegna delle chiavi per lo studentato chiude alle 16, ma trovo l’insperato e gratuito aiuto di Angel, un ragazzo spagnolo giunto qualche giorno prima disposto a ritirare le chiavi al mio posto e accompagnarmi a casa.
Del resto avere un nome del genere è una responsabilità non da poco.
Giungo finalmente in quella che sarebbe stata la mia abitazione per i prossimi 5 mesi, a due passi dall’università e dallo stadio e totalmente immersa nel verde. Per un milanese pensare di vivere a venti minuti di metro dal centro e dieci dai laghi e dalle foreste è qualcosa di inconciliabile e inconcepibile.
È stato un dolcissimo shock.
La stanza è grande ma spoglia, il letto privo di cuscini e piumone, la cucina in comune carente di bicchieri e padelle.
I norvegesi sono infatti di una precisione assoluta, quasi disturbante.
Se nel contratto c’è scritto stanza arredata con letto, scrivania e armadio dovrebbe essere ovvio non aspettarsi null’altro. Non importa se il buon senso suggerisce che sia difficile dormire senza cuscini, la precisone vince su tutto. Inizio inconsciamente ad avvisare un poco d’astio verso quella precisione perfetta, che in prima battuta avevo accolto con tanta gioia.
Mi ritrovo a cenare con i miei compagni di appartamento, con cui avrei condiviso i pasti serali e molte avventure, un geologo petrolifero pakistano, uno studente olandese, uno tedesco, un cileno e due spagnoli, il clima è allegro e frizzante, ognuno è smanioso di conoscere il modo di pensare e le abitudini altrui e di mettere in mostra le proprie.
Esausto vado a dormire senza neanche aprire la valigia, esultante di essere riuscito a dormire nel mio studentato e di non aver dovuto passare una notte in ostello per non aver potuto recuperare le chiavi.

La mattina successiva, mi sveglio molto più presto del previsto, e di certo non perché abbia già assimilato le abitudini norvegesi; mi accorgo infatti immediatamente di un dettaglio che avevo trascurato il giorno prima: la stanza ha una grande finestra che dà sul versante est, e perciò il sole entra indisturbato; bisogna aggiungere inoltre che qui albeggia un’ora abbondante prima che nel nord italia.

Decidiamo così, io e due altri inquilini, di fare tappa a IKEA, e di porre rimedio alle mancanze della casa, sia quelle delle rispettive stanze, che quelle degli spazi in comune.
È qui che riscontro il primo impatto con la questione economica; i prezzi dell’ IKEA in Norvegia sono gli stessi che in Italia hanno i negozi artigianali, e perciò mi trovo a comprare le linee più economiche, fatta eccezione per i cuscini, facendo un regalo sofferto ma molto apprezzato alle mie vertebre.
Sulla via del ritorno vedo un cartellone annunciare un’amichevole tra il Valerenga, squadra locale, e il Real Madrid, e decido di informarmi sul prezzo dei biglietti.
Due sono infatti le mie grandi passioni; la cultura e il calcio, soprattutto quando si incrociano, e mi sarebbe piaciuto vedere come reagisse un tifoso norvegese a vedere la propria squadra affondare sotto i colpi del real, nell’atteggiamento schizofrenico di tifare per la propria squadra del cuore e per Cristiano Ronaldo allo stesso tempo, emozionandosi in egual misura per due passaggi di fila del Valerenga o un doppio passo del pallone d’oro. Così mi presento in biglietteria, e il dialogo con il bigliettaio suona pressappoco così
“Buongiorno, ho visto il cartellone per la partita di domenica, quanto costano i biglietti?”
“Dipende da quanto vuole spendere.”
“Guardi, vorrei solo vedere la partita, mi dica quanto costano i biglietti più economici”
“Io glie li sconsiglio fortemente, poiché si vede abbastanza male, ma quelli più economici disponibili stanno a 915 corone”
Mi cade la mascella.
Al cambio attuale fanno CENTODUE euro. Per un’amichevole. I biglietti più economici.
Inizio a sentirmi un immigrato italiano degli anni ’20 in America, che vede un mondo attorno a sé avanti di cinquant’anni, pieno di opportunità, ma senza alcun potere di acquisto.
Il mio inquilino olandese propone di andare a vederla in un pub, ma scherzando esclama che non ci saremmo potuti permettere neanche quello. Scherzando, sì. Ma neanche troppo.
Del sole ancora nessuna notizia esclusa la comparsata di stamattina, ma che le giornate soleggiate fossero una rarità mi era ben noto, così decido di godermi la nebbia tra gli alberi e il clima da romanzo giallo nordico.
Vado quindi a recuperare un router in un altro studentato, per potere avere accesso ad internet in camera.
Recupero così i contatti con il mondo, scrivo ad amici e parenti che va tutto bene, che sono vivo e vegeto, che ho dimenticato il significato della parola estate.
Infine, tenendo fede alla cultura matriarcale della zona, dove le regine hanno maggior impatto dei loro consorti, e dove le banconote di grosso taglio, escluso l’eroe nazionale Edvard Munch, hanno tutte personaggi femminili, dove il servizio militare è obbligatorio anche per le donne, mi metto finalmente in contatto con Anna, poiché come nelle migliori saghe norrene, nessun vichingo vale nulla se non in virtù del ricongiungimento con la propria donna.
Mi adagio così beato e in pace, cullato da pensieri di una felicità lontana e remotamente vivida, costante.
E dai cuscini, finalmente.

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