Chiamiamo le cose con il loro nome

di Giacomo Mantegazza

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Nei giorni scorsi, a cavallo dell’approvazione parlamentare definitiva del provvedimento “la Buona Scuola” , alcuni movimenti studenteschi hanno ideato una forma di protesta decisamente singolare: hanno imbavagliato le statua della Città Eterna. Così facendo, i dimostranti volevano attrarre l’attenzione del pubblico su una delle conseguenze (secondo loro) della ormai legge. A sentire le ragioni degli studenti, il provvedimento approvato  porterebbe a “silenziare il mondo dell’istruzione e della cultura”, in palese violazione dell’art. 33 Cost. Che questo sia vero o meno, non siamo in grado di prevederlo; le ragioni che ci spingono a scrivere sono di altro genere, e si ricollegano a quanto espresso dall’ottimo Augusto Fracasso su queste stesse pagine qualche giorno fa.

Nel corso delle manifestazioni si è infatti fatto più volte riferimento ad un “governo di carattere autoritario”, che vorrebbe “mettere un bavaglio” a quanti gli si oppongono e che, in ultima analisi, le scuole diverranno “[…] palestre di clientelismi, autocrazia e assenza di diritti per studenti e lavoratori” (sic). A parte la normale acredine, presente in qualunque acceso dibattito, ci pare che si faccia troppo spesso riferimento a ipotetici regimi autoritari, in cui non esiste la libertà di espressione e via dicendo. Che simili corbellerie provengano dalla bocca di un politico è inaccettabile, ma, ahimè, ci rendiamo conto che la classe dei nostri rappresentanti non spicchi certo in quanto a formazione. Tuttavia, che quanto riferito sia prodotto di uno studente ci sconcerta oltre ogni limite. Proprio lo studente, che in quanto tale è ancora vicino agli insegnamenti che gli sono stati trasmessi dovrebbe ben sapere che cosa si intende per regime autoritario. Si dirà: “ma suvvia, che si esprimano come vogliono”. Eh no, signori! Da uno studente che utilizza simili toni ci aspettiamo quantomeno precisione nell’espressione; se veramente egli vuole essere ritenuto credibile, allora deve superare gli altri “urlatori” del dibattito politico quanto a sostanza e precisione; e, ci dispiace dirlo, nella frase riportata come in molte altre, mancano sia la precisione che la sostanza. Vediamo perché.

In primo luogo manca la precisione, perché lo studente dimostra di non avere neanche lontanamente idea di che cosa sia un regime in cui “La […] democrazia è tenuta in ostaggio e l’approvazione del ddl scuola è l’emblema dell’autoritarismo del governo”. In Ungheria, a Budapest, è stato aperto nel 2002 un interessante museo che, tra l’altro, ricostruisce la vita al tempo del regime comunista. Basta una breve visita per rendersi effettivamente conto di cosa significasse vivere in un regime che pone dei vincoli alla libertà di espressione: essere costretti a partecipare alle “Szabad Nép half-hours”, momenti di lettura quotidiana del programma del Partito; dover applaudire ai discorsi del Segretario (se non lo si faceva si veniva denunciati, ma se lo si faceva con troppo vigore sorgeva il dubbio che si stesse mentendo); essere costantemente sorvegliati da una rete di informatori, persino a casa propria (ai bambini veniva detto di denunciare i loro genitori nel caso esprimessero idee eterodosse), e si potrebbe continuare molto a lungo. Quando ci fosse sospetto di illegalità, l’Autorità per la protezione dello Stato (AVH) provvedeva alla neutralizzazione del soggetto, per il tramite di processi arbitrari (era l’imputato a dover dimostrare l’innocenza, non il contrario), internamenti in capi di lavoro, condanne capitali. Ora, ci sembra che poco di questo trovi riscontro nell’attività (pur non priva di difetti) del Governo Renzi… Corollario della libertà, sancita dalla Costituzione tanto cara allo studente di cui sopra, è anche il fatto che il Governo possa decidere di non mettere in pratica quanto “suggerito” dagli oppositori; smettiamola una buona volta di gridare al fascista ogni volta che qualcuno decide di testa propria!

Quanto alla sostanza del discorso, ci chiediamo se l’etichetta di “riforma in senso autoritario abbia senso”: impedisce essa forse l’insegnamento di certe materie? Inibisce la libertà nell’insegnamento del docente con mezzi costrittivi (in Ungheria gli insegnanti vennero processati a dozzine, ed alcuni morirono nelle umide celle del palazzo dell’AVH)? Impone l’utilizzo dello stesso libro di testo, deciso a livello statale? Riunisce i discepoli in gruppi paramilitari fin dall’asilo? Chiude le scuole esplicitamente di tendenza contraria al governo (anch’esse trovano garanzia nel dettato costituzionale)? Infine, detta norme di carattere penale contro gli studenti che hanno idee contrarie al programma di governo? Fino a che queste condizioni non si verificheranno non ci sentiamo di dover prendere sul serio le parole dei dimostranti. Esse sono soltanto vuota retorica, pronunciate proprio da coloro dai quali ci aspetteremmo meno sproloqui e più sostanza, in quanto direttamente coinvolti. Gli studenti.

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