La Germania e l’egemonia sull’Europa – Il processo di denazificazione

di Andrea Casarico e Matteo Guercilena

Queste atrocità: colpa vostra!

Quando ci siamo assunti l’onere di scrivere questo pezzo sulla gestione della denazificazione ci siamo subito posti questa domanda: “Cosa ne sappiamo noi, che siamo italiani, delle conseguenze della denazificazione?”

Certo, ne abbiamo letto sui libri di storia, ne sentiamo parlare ogni anno in occasione delle varie ricorrenze storiche e capita anche che se ne discuta tra amici, ma un non-tedesco potrà mai capire quali conseguenze ha portato sul mondo attuale?

Abbiamo provato a dare una risposta, se questa sia giusta, sbagliata, parziale o semplicistica, noi non lo sappiamo. Forse non ci interessa neanche. La cosa che veramente ci interessa è provare a dare una rilettura personale in chiave critica di uno dei processi storici più complicati del Novecento.

La nostra riflessione ha preso spunto da un aneddoto narratoci da un nostro amico di origini tedesche.

«Vedete, ero tipo alla fine delle elementari, inizio medie, e, stanco dalla giornata, dissi a mia madre: “Mamma, sono tornato da un campo di concentramento!” E qui, me ne ha date tante! ». Quasi come se avesse nominato il Diavolo… Già il Diavolo.

Che cos’è il Diavolo? Nella tradizione cristiano-occidentale è colui che si oppone a Dio, è colui che impersona il Male; è colui a cui solo imputare ogni disgrazia.

Secondo noi, il problema centrale della denazificazione risiede nel processo, messo in atto dalle potenze vincitrici, di assolutizzazione dal punto di vista etico della Storia. Questo si realizza nell’identificazione di Hitler e del Nazismo come il male assoluto. Come qualcosa su cui non si può e non si deve discutere, come l’infrazione di un comandamento divino. C’è da dire che le azioni del regime sicuramente non hanno disincentivato questa interpretazione.

Da dove deriva questo assunto?

Terminata la seconda guerra mondiale, le potenze alleate, indipendentemente dallo stato di avanzamento dei trattati di pace, procedettero a dividere la Germania in quattro zone di occupazione, giudicando e, comprensibilmente, criminalizzando le pratiche del regime definendo sbagliato in senso assoluto ciò che era stato fatto in precedenza. Le realizzazioni più evidenti di questo processo furono due: il processo di Norimberga e la creazione dello Stato di Israele.

Per i più sbadati, il processo di Norimberga fu un processo celebrato nel 1945-1946 da parte delle potenze vincitrici contro tutti i vertici delle istituzioni tedesche, della Wermacht e del partito Nazionalsocialista. I capi d’imputazione che portarono a giudizio 24 persone furono: crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini contro la pace. L’esito del processo vide la condanna a morte di 12 di loro, la condanna all’ergastolo per 3 di loro, 4 a vari anni di carcere, 3 furono assolti e 2 non furono processati (uno morì durante il processo, l’altro per motivi di salute).

La linea di difesa assunta dagli imputati faceva appello al diritto romano del nullum crimen, nulla poena sine lege poenali, ovvero non si può considerare un’azione criminale se, al tempo in cui viene compiuta, non esista una legge che condanni tale azione.

Nonostante la non retroattività delle leggi sia considerata norma fondante del diritto, i giudici del processo condannarono (come si è detto) gli imputati, condannando azioni (sulla cui immoralità e nefandezza non si intende discutere) che al tempo erano perfettamente legali, se non addirittura imposte dalla legge stessa.

La condanna fu formalmente attribuita per il mancato rispetto di alcune convenzioni internazionali siglate dalla Germania pre-nazista, ma è evidente che le vere ragioni furono puramente etiche: il senso comune imponeva che ciò che era stato fatto non poteva restare impunito. Ed è proprio in questo fatto che si sostanzia la moralizzazione della storia: nel momento in cui, all’interno del corpus legislativo di un paese, non si riesce a trovare una legge che condanni un comportamento di quel genere (le convenzioni internazionali furono un semplice escamotage), si è costretti a ricorrere ad una fonte di ordine superiore. Oggi questa fonte potrebbe risiedere, in alcuni casi, nel diritto internazionale, ma al tempo gli strumenti legali di questo tipo non erano ancora stati predisposti. Allora, per dar voce al legittimo senso comune, sostanzialmente si decise di ricorrere alle categorie morali del Giusto e dello Sbagliato condannando gli imputati per crimini contro l’umanità e contro la pace. Così facendo si attribuì un senso di assolutezza ed eticità alle decisioni prese, visto che non si faceva riferimento ad alcuna legge vigente in Germania ma a concetti di nuova introduzione nell’ordimento giuridico internazionale. Riteniamo infatti che, nel momento in cui si scontrano due concezioni dell’esistenza contrapposte sia assurdo e senza senso pretendere giudicare l’una con i parametri dell’altra, sarebbe come per un occidentale moderno venire processato secondo la legge coranica. A Norimberga, infatti, non sono andati a processo 24 uomini, ma un’idea. Probabilmente delirante, ma pur sempre un’idea. E, nel momento in cui ci si arroga il diritto di processare un’idea, ci si arroga il diritto di processare la Storia, si corre il rischio di darne un’interpretazione assoluta, catalogando un periodo come acriticamente Sbagliato.

Un’ulteriore riprova di questo processo di moralizzazione della storia attuato dalle potenze vincitrici è la costituzione dello Stato d’Israele.

Fondamentalmente la ragione che mosse gli Stati Uniti e le altre potenze fu il senso di colpa (comprensibile) che l’Occidente provava nei confronti del popolo ebraico e ciò, oltre a costituire un’ulteriore ed evidente e longeva manifestazione del giudizio assunto nei confronti della Shoah (per i motivi sopra citati), li spinse ad arrogarsi un’ulteriore diritto e decidere che terre abitate da secoli da alcune popolazioni spettassero di diritto agli ebrei a titolo di riparazione.

Dalla sintesi fin qui condotta, risulta evidente che il popolo tedesco venne accusato di aver creato quello che storicamente è il male in assoluto, il Diavolo sulla Terra.

Come nella tradizione cristiana ciò che ordina il Diavolo è sbagliato e ciò che ordina Dio è giusto. Indiscutibilmente. Così i tedeschi si sono trovati a dover fare i conti con un passato Sbagliato senza alcuna possibilità di analizzarlo criticamente.

Addirittura l’analisi diviene proibita, in quanto il processo di analisi porta alla spiegazione del fenomeno. Spiegare un fenomeno costituisce dargli implicitamente una razionalità e dunque una qualche legittimità. Infine, se un fatto si è verificato, complice anche una storicistica visione del mondo, è visto come qualcosa di razionale ed esso viene quindi assunto come inevitabile. Quindi Giusto.

Ma il Diavolo è il Male. E il Male non può, non è e non deve, essere giusto!

Quindi i tedeschi non possono razionalizzare l’evento, non possono spiegarlo, non possono criticarlo (nel senso kantiano del termine), non possono analizzarlo.

È per queste ragioni che a tutt’oggi i tedeschi non riescono a superare il loro passato, come hanno fatto gli altri popoli del mondo con tutte le loro peggiori pagine di Storia. Noi possiamo dare la colpa ad altri (“italiani/francesi/polacchi/etc. non erano cattivi, lo hanno fatto solo per colpa dei tedeschi…”), noi possiamo voltare pagina. Loro no, loro hanno creato il Diavolo e da questo non si scappa: il Diavolo è sempre presente per loro!

Obbiettivamente questo è un fardello psicologico non indifferente per un intero popolo.

L’unica soluzione che hanno perciò trovato è stata quella di accantonarlo ma, ovviamente, la presenza del nazismo è sempre presente nella loro coscienza. E quando viene nominato si sente la necessità di allontanarlo, magari di dargli uno schiaffo….

Siamo consapevoli di aver semplicemente sfiorato tematiche molto complesse che meriterebbero di essere approfondite meglio, ma, come scrisse Italo Calvino, commentando il suo La giornata d’uno scrutinatore, «già l’ammettere la loro esistenza, il sapere che si deve tener conto, cambia molte cose».

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