La Germania e l’egemonia sull’Europa – Il travisamento della filosofia e del rigore tedesco

di Clemente Miccichè e Davide Ferri

Il tedesco è sicuro di sé nel peggiore dei modi, perché è ciecamente convinto di sapere la verità: una scienza da lui stesso elaborata, ma che per lui è il vero assoluto – Lev Tolstoj, Guerra e Pace.

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Ancora oggi si attribuisce al popolo tedesco una naturale tendenza alla prevaricazione culturale, politica ed economica, la quale ha trovato sua massima espressione sotto il nazional-socialismo. Infatti la Germania è quasi univocamente tacciata di assumere in campo economico quello stesso atteggiamento di forzato e irreprensibile predominio che ha tenuto in campo politico e militare nella prima metà del secolo scorso. Tale visione trae origine da una distorsione interpretativa della cultura tedesca, e in particolare dalla strumentalizzazione di alcune idee espresse da alcune figure emblematiche ad essa appartenenti. È questo dunque il nostro obiettivo, dissezionare i capisaldi culturali di questo atteggiamento e rileggerli non solo in chiave originaria, ma anche come specchio dell’identità tedesca moderna, attraverso un percorso che, da Fichte a Wagner, la metta in luce rivelandola nel modo più naturale e autentico possibile. Nel Discorso alla nazione tedesca di Fichte il regime sfruttò a proprio vantaggio le parole del filosofo nei confronti della lingua e della cultura germanica per giustificare la propria convinzione di manifesta superiorità del popolo ariano sugli altri. Quella del pensatore di Rammenau era un’invocazione all’unità e alla ricerca di una propria identità, pronunciata nel 1808 durante le guerre napoleoniche di fronte a una Germania ancora da costituirsi politicamente ma con una forte comunanza di principi e valori. Quello che venne utilizzato come motto prevaricante e inno all’imposizione di se stessi nasce in realtà come un grido disperato di fratellanza e resistenza dinanzi alle truppe francesi, per provare a sentirsi per la prima volta tedeschi, prodromo di un desiderio di unità che stava iniziando a delinearsi. Non vi è in esso alcun’esortazione all’espansione o alla conquista, ma è anzi un invito a restare uniti, ad uscire da una crisi culturale prima che politica, affinché il popolo tedesco possa esprimersi e sentirsi protagonista in uno stato che si costituirà a breve, e di cui in questo momento si sentiva fortemente la mancanza. Fichte inoltre sosteneva che compito principale delle filosofia fosse quello pedagogico, e questa dichiarazione si inserisce in questo contesto, nell’esortare il popolo tedesco a ritrovare la propria identità e a ritrovarsi, in un periodo di disordini e rivoluzioni. Un altro concetto che ebbe molta fortuna nell’infelice rilettura distorta da parte del regime del terzo Reich è la concezione hegeliana di stato. Hegel seppe infatti riunire all’interno del suo pensiero le componenti riformiste e conservatrici in modo straordinario, trovando sua espressione nel governo bismarckiano, lontanissimo per ideali e metodi da quello del terzo reich. Ciononostante il regime affermò saldamente la legittimità dello stato dittatoriale dinanzi ad ogni genere di libertà individuale ripetendo l’asserto hegeliano per cui lo Stato è espressione dello spirito assoluto, e in quanto tale sempre legittimo. Il travisamento è qui raffinato e ben celato, e ancora oggi sono in molti a vedere il pensiero di Hegel assimilabile alle forme di potere assolutiste per l’enorme importanza che egli attribuì alla forma statale. Ma questa importanza nient’altro era che una speranzosa fiducia. Egli fu infatti massima incarnazione di quello spirito, prevalente ancora nella Germania attuale, per il quale lo stato è veramente modellato a misura di cittadino, e all’interno della vita individuale nulla si svolge fuori da esso o ad esso contrario. Hegel riteneva perciò che lo stato potesse e dovesse essere espressione dello spirito assoluto, non che lo fosse sempre e in ogni sua forma, e che i governanti dovessero essere il meno invasivi possibile, strumenti della storia per regolare il proprio corso, e scomparire dinanzi ad essa, rifuggendo i desideri personali. Per quanto il filosofo di Stoccarda fosse tutt’altro che un fervente democratico, lo era proprio perché riteneva che l’umanità non fosse ancora pronta per la democrazia, e allo stato attuale non fosse in grado di contribuire allo stato sociale nel suo profondo e connaturato stato di indecisione,fattore dovuto allo stato embrionale in cui versava la democrazia moderna a inizio ‘800. Egli riteneva tuttavia che lo stato dovesse essere uno strumento al servizio del popolo, e non il popolo uno strumento al servizio dello stato, come avvenne nell’epoca più difficile e controversa della storia della Germania.

Tra le definizioni di superiorità antropologica che la propaganda nazista ha fatto sue per esprimere il proprio statuto, una di quelle che ha avuto maggior fortuna, ma che allo stesso tempo è stata senza ombra di dubbio la più travisata, è la concezione nietszcheana di Superuomo. Infatti essa rilesse in questa dottrina filosofica la superiorità manifesta del popolo tedesco sugli altri, sostenendo una superiorità intellettuale ed ontologica. Va notato come la scuola filosofica italiana di inizio ‘900 abbia parzialmente accettato tale rilettura traducendo in “superuomo” il tedesco “Übermensch”, che sarebbe più propriamente un “oltreuomo”, dove l’elemento principale non è la superiorità ontologica, ma una superiorità etica, ovvero la capacità di “andare oltre” la morale tradizionale, vivendo secondo principi autolegislati; non piegandosi ai dettami della società ma esprimendosi al proprio massimo, rifuggendo una concezione passiva del vivere quotidiano. Inoltre Nietzsche parla degli “Übermenschen” come un gruppo ristretto di uomini in grado di reggere tale peso, e si riferisce ad essi senza fare alcun riferimento al popolo o alla razza tedesca; è una condizione umana possibile per tutti ma attuabile per pochi, che trascende i confini nazionali e sociali. Tale distorsione fu inoltre facilitata dalla cripticità dei testi nietzscheani, che rendono ancora oggi il filosofo tedesco uno dei più discussi e controversi. Vogliamo chiudere la nostra analisi con il ruolo attribuito nel ‘900 alla musica wagneriana, fenomeno avvenuto soprattutto grazie al mezzo cinematografico, senza dubbio il mezzo di espressione più popolare del secolo scorso, che ha reso tale interpretazione difficile da correggere ed emendare. Numerosissimi sarebbero gli esempi citabili, ma fra i più significativi vi sono sicuramente due dei registi più cult del cinema a colori, Francis Ford Coppola e Woody Allen. Il primo, nel celeberrimo Apocalypse Now, utilizza il movimento de “La cavalcata delle valchirie”, tratto dal secondo dramma della tetralogia “L’anello del Nibelungo”, per porre un parallelo tra le crudeltà perpetuate durante la guerra del Vietnam con quelle avvenute in Germania durante la seconda guerra mondiale. E così quella che era una musica epico-mitologica, inserita all’ingresso delle Valchirie sui loro cavalli alati, diviene un tema di guerra e violenza. Così anche Allen, in “Crimini e misfatti” del 1989, cita la battuta”Ogni volta che sento Wagner mi viene voglia di invadere la Polonia”. La musica di Wagner, che è divenuta così lo stereotipo della pomposità e dello strapotere bellico, nasce tuttavia come strumento dell’ “opera d’arte totale”, all’interno di un sistema che, attraverso poesia, scenografia, musica e teatro costituisca la massima espressione dello strumento catartico. Questo era infatti lo scopo di Wagner, fare sì che assistendo alle sue opere gli spettatori potessero elevarsi per poche ore oltre i confini della vita quotidiana ed identificarsi con le azioni della nuova mitologia germanica per ritrovare nelle loro vite quella comunione che esprimevano le arti nella sua opera, il tenero abbraccio delle muse secondo i canoni classici, ma attraverso delle arti moderne. Quello che vogliamo affermare nella nostra conclusione è non solo la chiara smentita dalla distorsione subita dai concetti chiave della cultura tedesca durante il periodo nazionalsocialista, ma mostrare come essi siano espressione di un popolo che possiede tutt’oggi una precisa identità che quei concetti già mostravano, prima che venissero travisati. Infatti in essi ritroviamo molti concetti che sono validi tutt’ora nella cultura germanica, e che differiscono non poco dalla nostra. Tale è ad esempio la cieca e indissolubile fiducia nei confronti dell’organo statale, con cui ogni cittadino vive in comunione e che è presente in ogni momento della vita sociale. Lo stato non viene visto come un ostacolo burocratico, ma come l’ unione civica di tutti i cittadini, che vivono per e con esso; questo spiega l’importanza della legalità nel popolo tedesco, dove il primo imperativo è sempre fare la cosa giusta, e non quella più sensata, come ad esempio accade in Italia. Dove fin da bambini si viene educati ad una cieca fiducia nei confronti della legge morale, e la legalità viene assunta quale elemento discriminatorio per decidere come agire; è una cultura che non contempla l’aggirare le regole a fin di bene, e che introietta il rispetto delle stesse come un automatismo. E’ un popolo che ha un’immensa cultura del rispetto, ampiamente inteso, sia delle leggi che delle persone, che tuttavia deve sacrificare per esso elementi come la bonarietà e l’elasticità. Tali avvisaglie furono da subito presenti in pensatori come Fichte, Hegel o Nietzsche, che infatti danno massima importanza all’etica e alla morale nei loro sistemi filosofici, proprio perché una sistematicità etica era ed è tutt’ora una fortissima esigenza esistenziale per il popolo germanico.

Riteniamo inoltre che la critica che è presente oggi in Italia nei confronti della Germania sia dovuta anche a una scala di valori profondamente diversa che ci rende piuttosto difficile comprendere il comportamento adottato, anche in politica, da tale paese. Infatti, se oggi la Germania preme così tanto sul rigore economico e sul rispetto delle regole imposte agli stati membri dell’Unione europea, lo fa perché crede fermamente che solo nel rispetto sistematico delle regole si possa ottenere un miglioramento economico, politico, e soprattutto sociale, poiché è questo il loro modo di agire e vorrebbero che anche gli altri paesi facessero lo stesso, probabilmente commettendo lo stesso errore che compie l’Italia quando giudica la Germania; poiché anche essa non tiene conto delle profonde differenze culturali e sociali che dividono i due paesi. Per concludere, poiché all’interno della nostra tesi abbiamo fatto largamente utilizzo di frasi e concetti stereotipati riportandoli alla loro natura originaria, vorremmo proporre una citazione altrettanto stereotipata utilizzandola, per una volta, nella sua natura originaria. Perché se è vero che essa viene ad oggi utilizzata per distruggere ogni tipo di asserto, riducendolo ad un’opinione, e tacciando così il pensiero umano a un divertissement, originariamente era un monito a rifuggire dal dogmatismo, a non prendere nulla per apoditticamente vero senza discuterlo, a basare le proprie opinioni su quelle della generazione precedente. E allora, sperando che questa volta sia riletta in una chiave diversa da quella banalizzata dalla nostra società “Es gibt keine Tatsachen, es gibt nur Interpretationen”, – Friedrich Nietzsche.

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