Cos’è Almost Evropa? Intervista ad Eleonora Sacco, fotografa e curatrice della mostra

Di seguito riportiamo l’intervista ad Eleonora Sacco a cura di Elisa Zamboni per il giornale Inchiostro

Copertina Facebook di AlmostEvropa - Mostra Fotografica
Cos’è Almost Evropa? Un percorso dai Balcani alla Turchia – Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia Bulgaria e Turchia – in quegli “staterelli dietro casa di cui forse ignoriamo il nome, sorti pochi anni fa o non ancora sorti del tutto, alcuni già nell’UE, altri sulla soglia”.
“È la zona grigia a sud est, fitta di piccole repubbliche dimenticate”, scrive Eleonora Sacco, 20enne milanese iscritta all’Università di Pavia.
Inchiostro ha deciso di intervistarla in occasione dell’apertura della sua mostra del 12-13-14 Dicembre (AlmostEvropa – Mostra Fotografica), in Via Dogana 2 a Milano.

VIAGGI E FOTOGRAFIA (insomma, partiamo proprio dalle basi): LA PASSIONE.

Inchiostro – Come è nata la tua passione per la fotografia? Quali sono stati i primi step, la prima macchina, le prime soddisfazioni?
Eleonora Sacco – Mio nonno, in terza elementare, mi regalò una macchina fotografica compatta a rullino. Ho ancora la prima foto: oche in un prato… grazie al cielo non ho continuato a sprecare pellicola e ho ripreso solo a fotografia digitale pienamente affermata durante il liceo, alternando foto digitali a esperimenti (tendenzialmente falliti) su una Yashica FX3-2000 super. Adesso ho una Nikon D90 che mi ha decisamente gratificata: a luglio ho venduto una foto a Dolce&Gabbana che trovate ancora sulle shopping bag della collezione autunno/inverno 2014-2015.

– C’è mai stato un “giro di boa”? Un momento in cui hai sentito di non essere più solo amateur ma reporter?
L’ho sentito (forse) davvero alla fine dell’ultimo viaggio, quando, riguardando le foto, ne ho tirato fuori dei piccoli reportage, che vedrete nella mostra. Le tematiche non erano scelte a priori; era semplicemente quello che più vedevo “urgente” e che ho sentito il bisogno di documentare, di testimoniare.

– La passione per il viaggio è qualcosa che si sente dentro, una sorta di irrequietezza. Come scegli le tue mete? Che tipo di lavoro vi è dietro un tuo viaggio?
La preparazione dei viaggi dura mesi e per me è quasi un’ossessione. Divoro libri, articoli, guide, studio le mappe, vedo film, ascolto i racconti di chi c’è già stato – ma senza prenotare nulla: è il mio modo per viaggiare anche quando sono ancorata a Milano. Per colmare l’irrequietezza ho bisogno di provare emozioni forti, che mi facciano sentire viva e testimone del fiume della storia: per questo mi piace viaggiare in luoghi poco battuti, dove ci sia il buio, il silenzio, la solitudine – che aiutano il pensiero; in luoghi che hanno una storia recente forte e, soprattutto, che io possa capire davvero perché appartiene alle mie radici. L’Europa è il mio continente, volevo conoscerlo in profondità. I Balcani non sono stati una scelta, sono stati un’esigenza. Dovevo andare e conoscere, vedere, toccare con mano. Mi sembrava assurdo che a mille chilometri da casa mia – nell’Europa cristiana, ricca e pacifica – ci fosse una città a maggioranza musulmana distrutta da una guerra scoppiata mentre nascevo e di cui nessuno mi aveva mai parlato. O una città bombardata dall’Italia nel 1999, poco più a est. È un po’ come se fossero stati loro a scegliere me.

– Entrando invece nel particolare del viaggio dai Balcani alla Turchia, protagonisti della mostra fotografica: perché tra tutti i viaggi che hai fatto, hai deciso di trarre una mostra proprio da questo? Com’è nato il progetto “Almost Evropa”?
Dopo aver visto il primo proiettile in un muro in Bosnia sono rimasta davvero sconvolta. Sapevo che non sarebbe finita lì – e d’altronde, a quindici mesi di distanza, mi emoziono ancora… Poi, il materiale del primo viaggio (Croazia, Bosnia, Slovenia) non era sufficiente e nemmeno di ottima qualità fotografica. Quest’anno sono tornata con in mente le parole del mio caro amico Davide Ferri, presidente di New Lib Society, che mi aveva detto di volermi far esporre in autunno. Ho unito i due viaggi, che già erano nati complementari e sono stati i miei due più coivolgenti e profondi, e ho accolto la proposta di Davide. Ovviamente molte documentazioni e aggiustamenti sono stati fatti in un secondo momento, ma così è nata AlmostEvropa: come esigenza di raccontare storie vere e incredibili, che ci appartengono più di quanto possiamo immaginare.

LA MOSTRA.

– Nell’Introduzione dici “Le fotografie cercano di raccontare la storia del paese attraverso piccoli tasselli e racconti”: come li hai scelti (sia al momento di scattare, sia nel selezionarli per la mostra)?
Il mio criterio di scelta, sia prima dello scatto sia dopo, è l’espressività. Se un oggetto racconta e ti trascina oltre il “quadretto” in cui è intrappolato, allora funziona. Quando viaggio ogni centimetro quadrato della mia pelle è recettiva e sull’attenti, pronta a catturare una preda. Mi piace fotografare paesaggi “umani”, vivi; oppure persone ben inserite in un contesto che ne amplia lo spessore. Per cui in ogni foto c’è parecchio da scavare. Nella mostra le foto sono come i tasselli di un mosaico, ognuno con la propria storia: questa pluralità è congenita nei luoghi e nel mio “filtro” fotografico, e credo sia necessaria per avere un’idea ben articolata dell’area.

– Sei partita con già un background storico sui paesi che hai visitato, oppure hai approfondito le vicende politiche e culturali in itinere? Avevi scelto il tema del viaggio prima di intraprenderlo o hai trovato un collegamento e un filo conduttore a posteriori?
Quando parto ho sempre un background già abbastanza solido. Ovviamente, quando vedi di persona capisci mille volte di più: sono ancora convinta che un palazzo sventrato sopra di te sia molto più chiaro ed eloquente di centinaia di libri sulla guerra. In itinere ho poi arricchito enormemente gli spunti anche grazie a chi ci ha raccontato e a chi ho conosciuto. Il nucleo di AlmostEvropa è sempre esistito, anche se all’inizio non lo sapevo: la mostra, di fatto, è il mio viaggio, strutturata come se foste voi a percorrerlo di nuovo.  Il lavoro a posteriori è stato di riordino e razionalizzazione.

– Perché hai scelto proprio l’ingresso nell’Unione Europea come filo conduttore per affrontare la situazione balcanica, turca e bulgara?Copertina Facebook di AlmostEvropa - Mostra Fotografica E perché per studiare la periferia dell’Europa proprio prendendo in considerazione Balcani occidentali, Turchia e Bulgaria, e hai scelto di non parlare, ad esempio, dell’Ucraina?
L’Unione Europea, da quelle zone, a volte appare come una grande mamma, a volte viene ricordata come grande mostro. È una presenza ingombrante da cui non si può prescindere: viaggiando ho incontrato molti confronti/scontri di grande rilevanza. L’UE probabilmente tra dieci o quindici anni avrà inglobato tutta l’area, che ho scelto per preferenza personale e per omogeneità. Parlare di altre realtà – come quella polacca, in cui anche ho viaggiato molto, o di quella ucraina – sarebbe stato dispersivo. I Balcani e la Turchia hanno un passato europeo comune e molto interconnesso, per cui è più sensato e semplice affrontarli insieme. Sono una periferia europea “speciale”.

– Gli europei e le altre istituzioni internazionali, con la loro inazione, hanno una buona parte di responsabilità nelle guerre balcaniche degli anni Novanta: possiamo davvero, nella nostra coscienza collettiva, definirci “fratelli maggiori” dei balcanici, e permetterci di “guidarli verso la pace”?
Quello che dici è esattamente la percezione che molti, in quei paesi, hanno dell’’UE. Ovviamente abbiamo la coscienza sporca, non c’è dubbio: l’Olanda è stata recentemente condannata dal Tribunale dell’Aja per non aver protetto più civili nel massacro di Srebrenica, in Bosnia, nel ‘95. Sarajevo stessa (4 anni di assedio) è la prova vivente della nostra negligenza. Ma gli “immobili” degli anni ‘90 non sono (o almeno, non tutti) più gli stessi. Oggi si cerca di guardare più al futuro e all’interesse di entrambi: fuori dall’UE, se circondati da Schengen, è difficile stare. E i Balcani non sono la Svizzera…

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