La Germania e l’egemonia sull’Europa – Hegel, Bismarck e la nascita dello spirito germanico

di Chiara Gardenghi e Guglielmo De Martino

Wernerprokla

“Non si fa la politica con discorsi, feste popolari e canti, la si fa solo con sangue e ferro.” Così pare si sia espresso Otto von Bismarck, leader politico tedesco, padre  della Real Politik, passato alla storia per la grandissima abilità politica e strategica; egli riuscì, infatti, a trasformare la Germania da “un’accozzaglia di stati insignificanti sotto insignificanti principi” (Earle Reginald Welby, 1832-1915, politico ed economista inglese) a una nazione coesa che ha conservato indubbia centralità nel panorama europeo, da allora fino ai giorni nostri. Il suo disegno politico, come del resto quello di molti pensatori nei secoli successivi, trova le sue radici nella filosofia hegeliana.
Se con Bismarck la Germania si impose a livello politico, fu proprio con il pensatore di Stoccarda circa trent’anni prima che si profilò quel ruolo egemonico (culturalmente parlando) del pensiero germanico. Cercheremo di capire se proprio in questo legame si cela la nascita del “mito” dell’egemonia tedesca sull’Europa. Pertanto, presenteremo le influenze del pensiero hegeliano sull’ideale politico e sull’agire di Otto Von Bismarck.

L’unificazione tedesca portata avanti da quest’ultimo si inserisce in un contesto estremamente variegato dell’Europa di metà Ottocento. Da un lato, Gran Bretagna e Francia, ormai Stati Nazionali da oltre 300 anni, costituivano il fulcro del dinamismo politico e sociale del vecchio continente e si avviavano ad un processo di modernizzazione attraverso riforme economiche, leggi elettorali e battaglie sociali che resero in primis protagoniste le masse popolari urbane. Dall’altro lato, immobilismo politico e autoritarismo caratterizzavano monarchie come la Russia, l’Austria e la Prussia, dove anche le spinte rivoluzionarie democratico-liberali di portata storica, tipiche dell’Europa del 1848, furono represse con il sangue; le attuali Germania e Italia, poi, apparivano assai distanti da una possibile unificazione politica.
E’ in questo contesto che la spregiudicatezza e la determinazione di Otto von Bismarck risultarono vincenti: nato da una famiglia Junker (la nobiltà latifondista dell’epoca) nella marca del Brandeburgo, dopo aver concluso gli studi di giurisprudenza a Berlino, si distinse subito come delegato prussiano presso il governo centrale della Confederazione tedesca. Quest’ultima, creatasi con il Congresso di Vienna sulla scia dell’antico Sacro Romano Impero, riuniva regioni estremamente eterogenee, che conservavano la propria sovranità ma che erano costrette ad accettare l’indiscussa supremazia austriaca. In questo panorama, a metà dell’Ottocento, la Prussia si andò a distinguere sempre più per un massiccio e rapido sviluppo industriale, affiancato però da una solida tradizione agricola, che vedeva nella grande proprietà terriera in mano ai nobili latifondisti Junker la sua massima realizzazione. La peculiarità dello sviluppo della Prussia fu proprio la convivenza di elementi di progressiva modernità con un notevole conservatorismo sociale e autoritarismo politico: da un lato, quindi, un’efficiente rete di comunicazione interna (strade, canali, ferrovie) che facilitava gli scambi commerciali, un sistema di istruzione all’avanguardia, la crescita di una forte borghesia urbana; dall’altro, la permanenza ai vertici dello Stato e dell’esercito del ceto aristocratico, un sentito nazionalismo e un notevole attaccamento alle tradizioni, incarnate dalla storica famiglia reale degli Hohenzollern.
Proprio approfittando di uno scontro tra i liberali e il re Guglielmo I, Bismarck fu nominato da quest’ultimo capo del governo prussiano; da allora, il suo sforzo fu volto ad estendere l’influenza della Prussia sugli stati tedeschi confinanti attraverso una “politica di potenza”, indebolendo progressivamente il ruolo dell’Austria e realizzando infine l’unificazione della Germania sotto il Kaiser Guglielmo I nel 1870. E’ da sottolineare che l’unificazione fu il risultato di due guerre (quella contro l’Austria e quella franco-prussiana) e dell’abilità diplomatica di Bismarck, divenuto cancelliere imperiale nel 1871; nessun plebiscito ne’ insurrezione popolare, quanto piuttosto un’unità apparentemente “calata dall’alto”.
Eppure, la Germania seppe da subito valorizzare l’avvenuta unificazione; il “Cancelliere di ferro” (come fu poi soprannominato Bismarck) aumentò le spese militari, facendo della neo Nazione una potente macchina da guerra; migliorò ulteriormente il sistema scolastico, garantendo alti livelli di istruzione, di reddito pro-capite e il primo sistema previdenziale al mondo; nel settore agricolo, istituì protezioni doganali rispetto ai generi alimentari prodotti a costi inferiori in America e Russia; valorizzò l’espansione industriale, che fino al Novecento vide un vero boom nel settore dell’acciaio, del carbone e successivamente della chimica, dell’ottica e dell’elettrica, tanto da far guadagnare alla Germania l’epiteto di “centrale economica dell’Europa”.
Non c’è da stupirsi quindi se una fascia sempre più ampia dell’opinione pubblica esultasse e si inorgoglisse di fronte a tali manifestazioni di crescita e a ciò che esse significavano per la Germania nel mondo: “La razza germanica produce questo”, scrisse il nazionalista Friedrich Naumann, politico e pubblicista tedesco di quegli anni, “produce un esercito, una marina, denaro e potere… è possibile produrre moderni e giganteschi strumenti di potere solo quando un popolo attivo sente nelle sue membra la linfa della primavera”.
Ma in cosa consiste questa linfa che animò il popolo tedesco e che lo rese così motivato a realizzarsi, seppur dopo un’unificazione sopravvenuta solo nel 1870? L’analisi comparata di due giganti tedeschi quali Bismarck ed Hegel potrebbe aiutarci a cogliere la risposta. Per quanto il pragmatismo di Bismarck e della sua politica possa sembrare lontano dall’Idealismo di Hegel, tra i due troviamo numerosi punti di contatto. Il primo aspetto che ci preme evidenziare è il dibattito che accomuna i critici di entrambi i personaggi su quanto effettivamente la loro filosofia di pensiero e azione sia da considerare reazionaria o progressista, dal momento che entrambe le posizioni sembrano, per alcuni aspetti, convivere nelle due personalità.
Innanzitutto, perché reazionari? La Prefazione ai “Lineamenti della filosofia del diritto” contiene l’aforisma che riassume il senso stesso dell’hegelismo: “Ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale”. Con la prima parte della formula, Hegel intende sottolineare che la ragione non è pura idealità, ma una forza che governa il mondo e, astutamente, si serve delle passioni umane per guidare gli uomini verso una finalità prestabilita; con la seconda parte, la struttura della realtà ci viene descritta come assolutamente razionale e priva di quel dualismo essere-dover essere che aveva costituito il fulcro del pensiero filosofico precedente. Da qui l’accusa a Hegel di incoraggiare un atteggiamento giustificazionista nei confronti della realtà, atteggiamento che pare conservatore e “passivo”, soprattutto nei confronti degli aspetti più discutibili del mondo, in chiaro contrasto con quel dinamismo intellettuale e fermento sociale dell’Europa dell’Ottocento che sembravano mettere continuamente in discussione i dogmi e le certezze del passato. Di fronte a questa critica, Hegel sentì la necessità di puntualizzare che tale interpretazione si applica agli aspetti più profondi del reale e non “agli aspetti superficiali e accidentali dell’esistenza immediata”.
L’idea di una realtà razionale e precostituita è applicata dal filosofo anche all’ambito della politica: “Su diritto, eticità, stato, la verità è altrettanto antica (…) Di cosa abbisogna ulteriormente questa verità, se non anche di comprenderla e di conquistare al contenuto già in se stesso razionale anche la forma razionale?” (“Lineamenti di filosofia del diritto”).
D’altronde, la frase di Bismarck “Non possiamo fare la storia ma solo sperare che si sviluppi” è forse quanto di più hegeliano si possa trovare nel politico del diciannovesimo secolo.
Infatti, all’interno della sua opera, Hegel, parla più volte del concetto di uomo e del realizzarsi del percorso individuale nel corso della vita umana, arrivando alla conclusione che la massima realizzazione della libertà individuale sia di fatto l’accettazione del proprio ruolo in un percorso storico collettivo. E’ in questo senso che lo Stato proposto da Hegel è “sostanza etica”; è solo nelle istituzioni, infatti, che il singolo individuo raggiunge il massimo grado di eticità e per l’uomo non vi sono diritti precedenti ad esso.
Le influenze di questo Hegel, si riscontrano perfettamente nel pensiero politico di Bismarck e nel suo progetto per una “Grande Germania” . Infatti, attraverso tutta la sua carriera politica, egli portò avanti un progetto che aveva come base e come giustificazione ultima il bene della patria e il compiersi di un processo naturale: la nascita della nazione tedesca.
Per Bismarck non doveva esservi distinzione tra il bene del singolo cittadino e il bene della nazione, tra il coro della massa e il ruggito della locomotiva che univa l’impero. L’hegeliano identificarsi della volontà popolare nello Stato si rispecchia perfettamente nella volontà bismarckiana di una Germania unita e di un popolo che si identifichi nella sua unica vera manifestazione: il Keiser. Non dimentichiamo, fra l’altro, che anche Hegel elogiava la monarchia e lo stato assolutista illuminato (proprio quello prussiano di trent’anni prima) come ordinamento migliore per rappresentare il bene e la missione del popolo. Del resto, così come Hegel, Bismarck non prese mai posizioni nostalgiche dell’Anciènne Régime; egli fu bensì un rivoluzionario che scelse una monarchia e uno Stato rigido per portare avanti il suo disegno.
L’onnipresente mano hegeliana si riscontra inoltre nella “Real Politik” del Cancelliere. Egli, infatti, ricordava spesso quanto poco potessero contare alcune questioni (secondarie rispetto al fine ultimo) messe a confronto con il progetto finale. In quest’ottica, fu giusto creare un pretesto fittizio per scatenare la guerra con la Francia oppure attaccare l’ex alleato austriaco, per perseguire il fine dell’unificazione territoriale. Molti vedono in questo soltanto il pensiero machiavellico de “Il fine giustifica i mezzi”, ma in Bismarck c’è qualcosa di più ottocentesco. Questo qualcosa, è l’influenza dell’idealismo. In Bismarck non si tratta più soltanto della “ragion di stato” o di un adeguarsi alle contingenze, ma della realizzazione di un processo storico in linea con lo storicismo idealista del primo Ottocento. In quest’ottica, seguire il bene nazionale non vuol dire solamente mirare al benessere socio-economico o alla solidità del potere, bensì prevede il compimento del processo storico e della “missione” di un popolo.

Nonostante tali affinità di pensiero, è possibile riscontrare delle differenze per quanto riguarda la politica estera; se da un lato Hegel arrivò a elaborare una giustificazione filosofica della guerra, Bismarck fu custode dell’equilibrio europeo e consolidò la posizione della Germania attraverso una serie di alleanze difensive. Innanzitutto, Bismarck isolò la Francia alleandosi con l’Austria-Ungheria e con la Russia, mediando i contrasti tra queste due potenze; con il Congresso di Berlino, sancì la piena indipendenza degli Stati balcanici, nati dalla crisi dell’impero ottomano; stipulò la Triplice Alleanza con Austria e Italia; firmò, infine, un patto di non aggressione con la Russia. Alle dimissioni di Bismarck seguì la rottura di tali equilibri e la conseguente corsa agli armamenti che sfociò nel Primo conflitto mondiale.
Sostenitore di una posizione completamente opposta è Hegel. Negando l’esistenza di un diritto superiore a quello statale, Hegel rifiuta l’idea kantiana di un organismo super-partes in grado di regolare i rapporti inter-statali e attribuisce alla guerra un carattere di inevitabilità , ad alto valore morale: come “il movimento dei venti preserva il mare dalla putritudine, nella quale sarebbe ridotto da una quiete durevole”, così, a suo avviso, “la guerra preserva i popoli dalla fossilizzazione alla quale li condannerebbe una pace perpetua.”
E’ proprio da quest’affermazione che nasce lo spunto per analizzare, invece, i motivi che spinsero alcuni critici a individuare uno spiraglio progressista in Hegel. Un noto filone interpretativo che va da Engels a Marcuse, infatti, pur ammettendo gli aspetti conservatori del pensiero hegeliano, ha tuttavia tentato di dimostrare come esso possa essere letto anche in chiave dinamica e rivoluzionaria.
Secondo tali autori, il noto aforisma hegeliano da cui siamo partiti con la nostra analisi significherebbe che il reale è destinato a coincidere con il razionale, mentre l’irrazionale è destinato a perire. Protagonista di questa evoluzione è per Hegel la dialettica, ovvero la legge che governa il movimento della realtà verso la risoluzione di ogni contrapposizione logica e ontologica. Suddivisa in tre momenti che costituiscono un graduale crescendo, la dialettica hegeliana culmina nella sintesi, il momento in cui le diverse determinazioni e molteplicità contrapposte sono scoperte essere aspetti unilaterali di una realtà più alta che le comprende e sintetizza tutte. Ogni sintesi, inoltre, è a sua volta punto di partenza per un nuovo processo di contrapposizione e superamento, in un percorso che quindi sembrerebbe assumere il connotato di infinitezza; sono proprio questo dinamismo perpetuo e questo anelito verso una dimensione più alta ad avere forse suggerito a molti critici un lato progressista in Hegel.
Allo stesso modo, non è possibile prescindere dagli aspetti che fecero di Bismarck una figura di rilievo e “all’avanguardia” nel panorama tedesco di quei tempi. La sua apertura a profonde riforme economiche, l’attenzione nei confronti delle politiche sociali, la politica estera avveduta e premonitrice degli orrori che avrebbero contrassegnato da lì a poco il primo conflitto mondiale, alimentarono un vastissimo consenso nei confronti del personaggio di Bismarck e contribuirono a renderlo protagonista della scena politica tedesca per quasi trent’anni.

Pertanto, Hegel e Bismarck, simboli della Germania del diciannovesimo secolo e della sua ascesa, sono legati sia dalla filosofia sia dal ruolo giocato (in ambiti differenti) nella creazione dell’egemonia tedesca in Europa. I due contribuirono infatti, seppur in maniera diversa, a creare una nuova visione di Germania; quella di una nazione nuova ma subito pronta a imporsi sull’intero continente, un mito di una nazione egemone che arriva fino ai giorni nostri.
La loro comune idea di una continuità tra popolo e Stato e quindi dell’unicità di una missione nazionale è stato ciò che ha forgiato lo spirito germanico dei secoli a venire.
D’altronde non è difficile spiegare questo legame; il giovane Bismarck è entrato certamente in contatto con le idee del pensatore di Stoccarda, fortemente radicate nel mondo filosofico di quel periodo. La rielaborazione in chiave politica delle idee hegeliane, condite con una buona dose di nazionalismo, fu quindi una tappa importante nella costruzione del pensiero di Bismarck. I due, infatti, sono anche legati dal messaggio dell’ultimo Hegel; la realizzazione della missione germanica tramite lo Stato prussiano. Bismarck ha portato a termine questo progetto, egli è stato l’uomo della storia. I due pensatori sono quindi legati l’un l’altro da legami solidi e profondi, quanto la storia, quanto il destino di un popolo.

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