La Russia, Putin e gli effetti (non solo) economici delle sanzioni

di Nicolò Debenedetti e Ivan Makar Russia's President Vladimir Putin gestures as he chairs a government meeting at the Novo-Ogaryovo state residence outside Moscow Forse Putin non è il miglior presidente per la Russia, ma è sicuramente il peggior leader per i suoi nemici. Nel panorama politico italiano le sanzioni economiche contro la Russia hanno suscitato reazioni diverse e contrastanti. Accanto a chi si dice favorevole ad esse, infatti, è sorto uno stuolo di intellettuali che afferma che le sanzioni sono inadeguate, in quanto ci danneggiano da un punto di vista economico e quindi anche  geopolitico. Per quanto riguarda il primo aspetto, l’argomentazione che questi portano avanti è che la Russia costituiva un grande importatore dei prodotti italiani, e che queste sanzioni volte a chiudere il mercato russo non faranno altro che danneggiare le nostre imprese esportatrici. Una chiusura dei mercati, inoltre, risulterebbe sempre deleteria dal punto di vista economico. Lo stesso Putin ha sottolineato questo aspetto nel suo discorso al Forum Internazionale del Club Valdai, dove ha affermato che “le sanzioni stanno già minando le fondamenta del commercio globale, le regole del WTO e il principio di inviolabilità della proprietà privata. Stanno assestando un colpo al modello liberale della globalizzazione basato sul mercato, sulla libertà e la competizione, il quale è un modello che ha beneficiato prima di tutto i Paesi Occidentali”. In realtà, la quota di esportazione italiane destinate alla Russia equivale solo al 2.8% del totale.  Insomma, il danno è innegabile, ma non è nemmeno ingente come molti vogliono far credere, almeno da questo lato. Nell’analizzare l’altro lato della bilancia si entra in un discorso più delicato. Dal punto di vista geopolitico, infatti, la Russia ha sempre costituito, per l’Italia come per l’Europa, la fonte di quelle risorse naturali fondamentali per un Paese, quali gas e petrolio. Questa ricchezza ha spinto molti a guardare alla Russia quasi come un possibile partner. In realtà il ché è sconsigliabile per svariati motivi. Prima di tutto, quella che vuole essere Real Politik è in realtà solo un atto di spericolatezza. Il governo russo, se anche non vogliamo chiamarlo regime, è comunque a tinte autoritarie e conseguente alla dittatura sovietica. Si diceva che, prima della caduta del muro, il KGB fosse un Paese dentro un Paese. Ebbene, con Putin, il KGB è il paese.  Molte alte cariche dello Stato sono ricoperte da membri della vecchia agenzia di sicurezza dell’URSS. Questo si riflette nel modo di governare. E’ testimoniato che la Russia finanzi gruppi di ambientalisti in tutta Europa per aumentare la dipendenza dal gas. Il fracking, per esempio, è il peggior nemico di putin e in paesi come Bulgaria e Germania (e molto probabilmente anche Italia) le proposte di perforazione sono state bloccate da movimenti ambientalisti molto organizzati. Insomma, più che un partner, la Russia diverrebbe il senior di un rapporto di vassallaggio. Inoltre, la Russia non è forte come vuol far sembrare. Dietro il “machismo” attorno alla figura dell’ex-capo del KGB si nasconde una generale limitazione della libertà intellettuale e soprattutto una gestione economica mafiosa, caratterizzata da un intervento statale forte che garantisce lo Status Quo. Ciò, soprattutto all’interno del paese, è quasi nascosto dalle strategie di comunicazione di Putin, il quale devia le colpe del proprio governo verso l’occidente, diventato colpevole, anche in occasione delle ultime sanzioni, di cercare di “danneggiarci, di arrestare il nostro sviluppo, di ridurci all’auto-isolamento e all’arretratezza”. Tuttavia vi è ragione di credere che questa strategia non funzioni come in passato per la Russia. Il mondo occidentale, a eccezione di pochi paesi, ha reagito in maniera più decisa rispetto alla guerra in Georgia nel 2009. La Russia è stata isolata sul piano internazionale tramite una serie di sanzioni, personali ed economiche che rischiano di rivelarsi fatali per il governo attuale (chi invito caldamente a non chiamare regime). In un primo momento tali sanzioni hanno solo aumentato la coesione nazionale attorno a Putin contro il «cattivo ovest». Tanto che coloro che sono stati inseriti negli elenchi di “Persona non grata” hanno solo aumentato la loro popolarità. L’introduzione delle contro-sanzioni da parte della Russia, che ha vietato l’import di prodotti alimentari è stata accolta positivamente quasi come l’annessione della Crimea. Si vedevano in TV decine di economisti, noti e meno noti, ripetere come tale provvedimento fosse indispensabile per risollevare l’industria agricola nazionale (facendo finta che la Russia non facesse parte del WTO). Ma il tempo passa, le sanzioni restano. La più pesante fra le sanzioni è la chiusura alla Russia del mercato mondiale dei capitali in valuta estera. Nessuno nei paesi che hanno introdotto le sanzioni può prestare valuta alle compagnie o banche russe per più di 30 giorni. Nel frattempo il debito delle compagnie russe verso l’estero ammonta a 315mld di dollari, di cui 100mld da ripagare nell’anno prossimo. Il loro patrimonio attuale tuttavia permetterebbe di far fronte ai debiti fino alla fine del 2015, mentre dal 2016 in poi l’aiuto statale sarebbe indispensabile data la scarsità di valuta estera (Fonte: Moody’s). Ciò mette al rischio l’intero sistema produttivo nazionale. Il secondo problema è rappresentato dal divieto di esportare o usare le tecnologie estrattive in Russia. In questo momento sia la Rosneft che la Gazprom ne hanno un assoluto bisogno in quanto hanno già cominciato l’esplorazione di giacimenti di difficile accesso. In questa chiave le sanzioni dei paesi occidentali non solo precludono l’estrazione di questi, ma rendono inutili i miliardi già spesi. Ci rimane solo la sanzione non sanzione. Il crollo dei prezzi del petrolio. Va bene che la Cina cresce meno del previsto, ma un crollo del 26% del prezzo del greggio sembra eccessivo. Lascia qualche perplessità anche la tempistica con cui l’Arabia Saudita ha infranto le quote OPEC. Il bilancio attuale dello stato russo è costruito attorno al prezzo del petrolio a 95$. Con il prezzo attorno agli 80$ attuali rischia di andare pesantemente in deficit, dato che dipende per metà da export di materie prime. E i primi a cui chiederanno di sanare questo deficit saranno i normali cittadini. Tutti questi fattori hanno poi concorso a far crollare il rublo russo, passato negli ultimi 3 mesi da 36 rubli per dollaro al minimo storico, toccato oggi di 51. Ciò ha reso i prodotti importati molto più costosi senza un corrispettivo aumento degli stipendi. Tale svalutazione non ha neanche aiutato l’export nazionale dato che questo è formato per la quasi totalità da materie prime (vendute in dollari). Questo, inoltre, ha portato ad aumento del costo opportunità per le compagnie petrolifere di vendere la benzina in Russia. Per queste, infatti, vendere in rubli è diventato penalizzante, ed ha portato ad aumento del prezzo del carburante (sì, è buffo, lo ammetto, il prezzo del petrolio scende ed il prezzo della benzina aumenta…in Russia). A questo punto vorrei fare qualche considerazione finale. Devo ammettere che è difficile capire il popolo russo senza essere un russo, dato che esso ha per davvero una mentalità tutta sua. Come diceva Griboedov: “La Russia non si può capire con la testa, ma solo con il cuore”. Quindi vi prego di sfare uno sforzo gigantesco nel cercare di capirlo senza pensare da “italiani”. Fino a poche settimane fa la popolarità di Putin era ai massimi dal 2008, al 86% (dati di Levada Tsentr). Nelle ultime settimane però è scesa all’80%. Come è sempre successo, creare un nemico esterno porta frutti solo temporanei. Nel frattempo il reddito reale in Russia è in discesa e la sempre più numerosa classe media è molto più sensibile alla situazione economica. La crescita nel paese è passata dai previsti +0.7% nel 2015 a -1% (dati: Sberbank). Neanche l’aumento del prezzo della benzina piace molto. L’arresto di Evtushenkov, proprietario di Bashneft inoltre ha fatto riemergere i ricordi del lontano 2003 e la distruzione di Yukos, con il conseguente incarceramento di Khodorkovsky e Lebedev. Il clima imprenditoriale nel paese è visibilmente peggiorato. La Crimea, poi, insieme alla Cecenia e Ossezia, si è trasformata in una aspirapolvere per la sofferente cassa dello stato,  la quale ha anche tagliato i fondi per molte altre regioni. Vorrei poter dire che tutti questi elementi porteranno ad un ricambio alla guida del paese dopo i 14 anni di Putin. Tuttavia la storia del paese mi fa pensare tutt’altro. La fama di Putin e la situazione economica del paese ha conosciuto momenti ben peggiori, e c’erano schiere ben più vaste a gridare al crollo del governo, ma non è mai successo. La guerra in Ucraina poi, ha fatto “capire” cosa attende la Russia senza Putin: guerra civile e fascisti al potere. Almeno, questo è ciò che dicono ad unisono tutti i media statali. Il popolo russo sembra aver esaurito nel 1917 la sua capacità di prendere il paese nelle mani. La gente si lamenta, si lamenta e poi si dimentica di tutto. Le persone sembrano avere una capacità infinita di sopportazione e un nuovo nemico esterno si fa presto a trovare.

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