L’istruzione e la mobilità sociale in Italia: una situazione drammatica

di Davide Ferri, Federico Radice

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Nel ventunesimo secolo l’Italia come si posiziona nel panorama mondiale in termini di mobilità sociale? Questa è la questione cui tenteremo di dare risposta nell’articolo seguente.

Diversamente dalla consuetudine, non ci occuperemo di valutare la mobilità sociale italiana in termini reddituali e/o patrimoniali, quanto sulla base del grado di scolarizzazione della popolazione. Questo trova giustificazione nel fatto che è comunemente accettata l’esistenza di un alto grado di correlazione positiva tra tali variabili.

Prima di iniziare, però, capiamo cosa stiamo trattando:
– I dati che presentiamo si riferiscono ad uno studio elaborato dall’OECD, che divide la popolazione sulla base degli standard ISCED: i possessori di certificazione di istruzione pre-elementare, elementare, secondaria inferiore(ISCED 0-1-2/bassa istruzione), gli aventi diploma o certificati di formazione secondaria o post secondaria(ISCED 3-4/istruzione media), e lauree/ post graduate (ISCED 5-6/istruzione elevata).
– A sua volta, la forza lavoro neofita (giovani tra i 20-34 anni) viene sottoposta alla stessa classificazione e dal confronto con la popolazione adulta emerge il trend di evoluzione aggregato e relativo alle singole classi.
– Il termine di raffronto principale sono i paesi aderenti all’OECD.

Perfetto, ora ci siamo. La prima domanda che ora ci poniamo è la seguente: la generazione precedente la nostra che livelli di istruzione ha conseguito?

Tabella A6.2

Tabella A6.2

Tabella A6.2 II

Tabella A6.2 II

Ebbene, il grado di scolarizzazione e qualità formativa italiano era ben al di sotto della media OECD. Nello specifico, il 67% della popolazione adulta italiana è riconducibile ad un livello di istruzione basso, contro il 37% medio dei paesi OECD; il 26% possiede attestati di qualità media rispetto al 38% dei paesi OECD e solo il 7% vantava il possesso di una laurea a dispetto del 25% medio. Per intenderci, la nostra situazione era solo leggermente migliore a quella del Portogallo, paragonabile a quella spagnola e irlandese, ben al di sotto degli standard dei paesi più sviluppati quali Stati Uniti d’America, Regno Unito, Svizzera ecc.

Valutiamo, invece, ora la situazione delle nostre giovani leve: solo il 33% si ferma all’educazione di primo livello, quando la media OECD e’ del 18%; 49% vs 46% formazione media, e infine 19% vs 36% sul piano universitario. Un miglioramento impressionante, si concluderebbe.

Ma non è tutto. Il dato aggregato sulla mobilità riferita al livello di istruzione raggiunto appare ancora più confortante: il 45% degli appartenenti alla fascia d’età tra i 20 e i 34 anni ha migliorato la propria condizione di partenza, identificata dalla classe di appartenenza dei genitori, rispetto al 37% di media OECD.

Tabella A6.3

Tabella A6.3

Allo stesso tempo, solo il 6% va peggio dei propri genitori e la metà mantiene lo stesso status, dati che sono migliori o si attestano in linea con le tendenze degli altri paesi oggetto d’analisi.

Sono, quindi, forse positive e rassicuranti le conclusioni che possiamo trarre dallo studio fin qui esposto? Assolutamente no, anzi sono drammatiche. Un’ analisi più attenta e profonda dei dati proverà quest’ultima affermazione.
Entriamo quindi nello specifico dei dati mostrati nella tabella A6.2. : In Italia il 44% degli studenti provenienti da un contesto culturale depresso vi rimane, mentre per i paesi OECD questo avviene mediamente solo per 1/3 di essi; solo 1/10 degli stessi riesce a raggiungere l’università, la metà degli altri paesi OECD.
Nella classe media quasi il 60% dei ragazzi raggiunge il medesimo livello d’istruzione dei propri genitori, il 12% peggiora e, infine, il 30% migliora la propria condizione; La media OECD è 52%(stagnazione), 11%(peggioramento) e 37%(miglioramento).
Anche nell’ultima categoria analizzata, a cui appartengono gli studenti provenienti da famiglie molto istruite, l’Italia si mostra mediamente inferiore ai paesi OECD.
Dunque, se valutiamo i dati aggregati, concludiamo che l’Italia gode di una maggiore mobilità sociale rispetto a quella degli altri paesi. D’altro canto, se analizziamo le probabilità subordinate all’interno delle singole classi, deduciamo esattamente l’opposto.

Come è possibile questo stravolgimento apparentemente clamoroso? Quello italiano, per ciò che concerne la mobilità sociale, è un tipico paradosso di Simpson. Cerchiamo di spiegarci meglio: abbiamo visto come la popolazione italiana adulta partisse da un livello di istruzione inferiore a quello medio OECD e come, quindi, la porzione di popolazione con istruzione bassa fosse relativamente maggiore a quella degli altri paesi.
Abbiamo, poi, constatato che la probabilità subordinata alla provenienza di migliorare la propria condizione è superiore nella prima classe di istruzione rispetto alla seconda (69%vs 37%). Se mettiamo insieme queste due premesse, raggiungiamo facilmente la conclusione.

La maggiore probabilità di “upward” della prima classe e il peso numerico che questa ha in Italia rendono particolarmente influente sull’aggregato la presenza di individui che abbiano migliorato la loro condizione di partenza e più che compensa le minori probabilità condizionate rispetto alla media.
In Italia, in altre parole, i dati sono “falsati” dalla disastrosa situazione in cui versava la generazione precedente la nostra e, in questo modo, la drammaticità della nostra posizione viene in massima parte nascosta.

Ma spostiamo tutta la nostra attenzione all’ambito universitario e valutiamo la diversa composizione per provenienza culturale della fascia di popolazione che vi studia.

TABELLA A6.1 I

TABELLA A6.1 I

Tabella A6.1 II

Tabella A6.1 II

Solo il 27% degli studenti universitari proviene da famiglie dal basso livello di scolarizzazione, mentre queste, come abbiamo avuto modo di vedere, rappresentano i 2/3 della popolazione adulta. E’, dunque, evidente che i figli della popolazione adulta con istruzione ridotta sia sotto-rappresentata tra gli studenti universitari, fenomeno che è, come riscontrabile dai dati, in linea con la media OECD. D’altro canto, gli individui di una certa levatura culturale sono evidentemente sovra-rappresentati; a fronte di un 7% nella popolazione adulta, la loro prole costituisce il 25% degli studenti universitari.

Questi ultimi dati, però, per quanto allarmanti, non sembrano sottolineare uno stato di minorità italiano rispetto agli altri paesi; per quale ragione, allora, dovremmo preoccuparci più di quanto gli altri paesi non stiano già facendo? Ciò è molto semplice: analizzare l’equità di rappresentazione di ogni classe nei diversi sottoinsiemi non ci dice nulla riguardo la probabilità che l’individuo di ogni singola classe ha di finire in un dato sottoinsieme
In altre parole, sapere per esempio che la classe media, costituente (ipotesi fittizia) il 50% della popolazione adulta, rappresenti anche il 50% della popolazione studentesca non significa affatto che un qualunque individuo della classe media avrebbe il 50% di possibilità di diventare uno studente universitario, a meno che la popolazione studentesca, nel caso specifico, non sia esattamente la metà di quella totale.

Ed è proprio qui che l’Italia si dimostra ancora una volta inferiore rispetto agli altri paesi civilizzati. Infatti, in Italia meno di un giovane su 10 appartenente alla prima classe riesce a raggiungere gli studi universitari, rispetto al 20% di media OECD. In altri termini, negli altri paesi considerati un giovane di estrazione culturale elementare ha il doppio di possibilità di raggiungere una fase avanzata degli studi di un ragazzo italiano.
Si comportano in maniera altrettanto indecente solo il Portogallo, la Turchia e gli Stati Uniti, paesi che sono globalmente noti per le marcate disuguaglianze interne(E’ importante inoltre sottolineare, nel caso degli States, che i giovani di bassa estrazione culturale siano decisamente meno, in rapporto percentuale, di quelli italiani).

Allo stesso modo, gli studenti con background culturale medio hanno possibilità di accedere all’istruzione terziaria inferiori rispetto a quelle dei loro coetanei negli altri paesi OECD. Una formazione di eccellenza rimane, purtroppo, appannaggio dei soliti noti, per lo più.

Queste ultime specifiche e valutazioni sono assolutamente compatibili con quelle apparentemente più rassicuranti precedenti sulla base di quanto detto: in Italia il rapporto tra numero di neo-laureati/laureandi e totale della popolazione è inferiore rispetto a quello degli altri paesi oggetto di studio. Questo, infatti, si attesta al 3.24%, mentre, ad esempio, la media delle euro-countries è del 3.84%, ancora superiore quella dei paesi OECD.

In conclusione, è evidente come in Italia non si verifichi una efficiente allocazione delle risorse umane; le disuguaglianze culturali esercitano, evidentemente, una influenza eccessiva ed intollerabile sulle nuove generazioni.

E’ dunque, a nostro avviso, necessario, ripensare il sistema scolastico al fine di ridurre tale peso. Contiamo in futuro di proporre ulteriori riflessioni sul tema e di entrare nello specifico del percorso di istruzione per individuarne i punti critici e le falle che lasciano spazio ad influenze esterne, non garantendo uniformità di opportunità.


Fonti

http://www.oecd.org/pisa/keyfindings/pisa-2012-results.htm
http://www.uis.unesco.org/Education/Documents/oecd-eag-2012-en.pdf
http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/education/data/database

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