THOU SHALT NOT SAVE

di Giacomo Mantegazza

E’ notizia di ieri che secondo l’ISTAT la Legge di Stabilità per il 2015, licenziata dal Governo nel Consiglio dei Ministri del 15 Ottobre, non porterà alcun beneficio alla crescita dell’economia italiana nell’arco del biennio 2015-2016. La maggiore problematica riguarda la “sterilizzazione” degli effetti (che sono ancora da vedere) dei famosi 80 Euro da parte delle clausole di salvaguardia, previste dalla stessa Legge di Stabilità, che comporterebbero un aumento delle aliquote IVA a livelli decisamente fuori dall’ordinario… Tuttavia il report dell’ISTAT menziona un altro dato, la cui rilevanza verrà sicuramente messa in sordina dalle roboanti dichiarazioni pro e contro il governo (spesso pronunciate dai medesimi individui in momenti diversi della giornata): una riduzione della propensione marginale al risparmio, che dovrebbe in parte “finanziare” la ripresa dei consumi delle famiglie.

A questo punto sarà contento il Presidente del Consiglio, che, a partire dal decreto IRPEF dello scorso maggio, ha dichiarato guerra a qualsiasi forma di risparmio privato che vada ad essere accumulata in: conti deposito, attività finanziarie (poco importa che si tratti delle obbligazioni ENEL oppure di un future del CBT) oppure fondi pensione (quest’ultima innovazione è stata introdotta proprio nella Legge di Stabilità); tutte queste forme di investimento della ricchezza sono infatti gravate da una poderosa serie di imposte e tasse: imposta di bollo, aliquota al 26% nella dichiarazione dei redditi, etc… Tutte le misure adottate negli ultimi mesi, stante la tassazione al 12,5% per i titoli di stato e buoni fruttiferi postali, fanno pensare ad un’occulta volontà del Governo di incentivare l’acquisizione dei titoli del debito pubblico da parte dei cittadini italiani, ed i più maligni ipotizzano già che tutta l’operazione sia finalizzata ad una gigantesca ristrutturazione del debito, magari un hair-cut proprio dei titoli in possesso dei privati.

Non vogliamo tuttavia instillare subdoli pensieri nei lettori, quanto piuttosto focalizzare la loro attenzione su un problema che, secondo noi, merita molta attenzione: la riduzione della propensione marginale al risparmio pone un pesante punto interrogativo sulla crescita di lungo periodo di questo paese. Nel lungo periodo, infatti, la crescita economica si deve basare almeno su due fattori: livello di capitale per occupato e progresso tecnologico; se esaminiamo la situazione italiana, ci si rende immediatamente conto che il paese soffre di una drammatica carenza del secondo fattore: bassissimi livelli di investimento in R&D ci hanno ridotto a fanalino di coda in Europa per questa componente, e tutti i giovani cervelli volano all’estero alla ricerca di qualcuno veramente interessato a supportarli, col risultato che le scoperte più importanti vengono applicate nelle loro patrie d’elezione, e che quindi il nostro tasso di progresso tecnologico sarà destinato a languire per molto tempo.

Vi è però un altro punto, a nostro parere ancora più importante del precedente: le politiche “risparmio depressive” del nostro Governo, ed invero non solo dell’esecutivo presieduto da Renzi, ma anche dei precedenti, puntano tutte a risollevare il PIL nel breve periodo, incentivando i consumi a detrimento del risparmio privato, e questo obiettivo viene raggiunto attraverso un aumento del costo dell’investimento in titoli privati, il tutto sotto l’egida sempreverde della “tassazione delle rendite”. A questo punto sorge spontanea una domanda: se il reddito disponibile viene impiegato in consumi, con quali fondi potranno mai le nostre imprese ammodernare i processi produttivi, cioè, in sostanza, aumentare il livello di capitale per addetto? Il tessuto industriale italiano, per sua natura composto da piccole imprese a conduzione familiare, non brilla certo per innovazione nei sistemi produttivi e di controllo, ed avrebbe disperato bisogno di capitali per mettersi alla pari con i nostri vicini europei, sempre che le condizioni della domanda aggregata lo permettano. A questa situazione, già negativa di per se, si aggiunga il fatto che né banche né privati, data l’attuale politica fiscale, vorranno concedere fondi alle imprese,poiché non lo riterranno conveniente.

La prognosi è dunque assolutamente infausta, almeno per quanto riguarda il lungo periodo, anche se non sembra che le previsioni per il medio-breve siano molto rosee. D’altra parte, è conosciuta la passione renziana per John M. Keynes, e quindi pare assolutamente coerente la sua politica economica completamente dimentica del lungo periodo: si sa, «in the long run, we are all dead».

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