Lo stato della ricerca in Italia: perché dobbiamo preoccuparci davvero del futuro del Bel Paese

di Francesco Maria Fama


Come notava Mario Seminerio nello splendido incontro di mercoledì sera in Dogana a Milano, buona parte delle sorti future di un paese dipendono dalla dotazione di capitale umano, sviluppato e potenziale, che esso può vantare. Uno dei fattori più incisivi nella creazione di tecnologie e prodotti innovativi, e quindi ad alto valore aggiunto, è la quantità di risorse allocata a favore della Ricerca e Sviluppo, tanto a livello di base, quanto a livello applicato. I dati relativi a questo fenomeno, se analizziamo la situazione italiana in rapporto al contesto europeo e mondiale dei paesi avanzati, fanno sorgere più di una preoccupazione fra chi prova ad immaginarsi la situazione del nostro paese fra 10,20 o 30 anni.

A livello aggregato, nel 2012 la spesa destinata alla R&S in Italia ammontava a circa l’1,25% del PIL, contro l’oltre 2% di media dell’eurozona ed il 2,4% dell’area OCSE[1]. I nostri competitor dunque hanno capito prima e meglio di noi quanto sia fondamentale, in un mercato ormai globalizzato, investire nella ricerca di base ed applicata al fine di creare terreno fertile per industrie innovative ad alto valore aggiunto.

E’ bene che tutti noi prendiamo coscienza di ciò: con la manifattura tradizionale non potremo reggere a lungo, banalmente perché la crescente competizione internazionale porta in maniera naturale a riallocare i siti produttivi in aree e mercati a basso costo e con leggi sul lavoro meno “binding”.

Inoltre, come testimoniano diversi lavori scientifici (il più recente e noto è quello dell’italiano Enrico Moretti[2]), una solida presenza dell’industria innovativa provoca benefici (cosiddette esternalità positive) per la popolazione tutta, anche per quella parte poco istruita ed impiegata nei settori dei servizi locali e della micro o piccola impresa manifatturiera. E’ stato stimato infatti che il moltiplicatore derivante dalla presenza sul territorio di un lavoratore del mondo “high-tech”, in termini di indotto occupazionale “low-skilled”, sia di circa 4,6. Ciò significa che tanti più ricercatori, ingegneri, managers, scienziati e tecnici di alto livello il nostro paese riuscirà ad attrarre nei prossimi anni, quanto più saranno rosee anche le aspettative sul tenore di vita e sulla ricchezza anche per parrucchieri, carpentieri, fiorai, commercianti e netturbini. Per ogni posto di lavoro nel settore high-tech infatti, se ne generano ben 4,6 nei servizi locali, contro una media di 2,3 per ogni nuova assunzione negli altri settori.

Gioca in quest’ottica un ruolo fondamentale il cosiddetto effetto “cluster”, ossia la tendenza alla concentrazione in aree circoscritte delle imprese innovative. Questo accade in quanto i loro dipendenti e ricercatori beneficiano di ambienti stimolanti e competitivi, poiché favoriscono la diffusione delle conoscenze e lo stimolo a nuove creazioni. Chi già ora è cluster di imprese ad alto valore aggiunto (cfr. Silicon Valley), parte quindi in una posizione di forte vantaggio, in quanto ciò genera un circolo virtuoso.   L’Italia dei distretti dunque, dovrà sapersi rinnovare e convertirsi alle più moderne produzioni, e per fare ciò necessiterà nel prossimo futuro di una grande quantità di capitale umano ad alta istruzione.

Tanta strada è stata persa dal nostro paese in questo senso, ma non tutto è ancora perduto. La sfida che dovremo saper accogliere, se vogliamo rimanere nel novero dei paesi avanzati ed industrializzati, è quella di saper porre fine al continuo esodo di talenti dalla Penisola, ed anzi divenire polo di attrazione a livello internazionale (per far questo, anche significative riforme nel campo del credito alle startup andranno poste in essere, ma ne parlerò in un prossimo articolo) per talenti, ricercatori, scienziati, innovatori ed imprenditori.

[1] http://www.airi.it/wp-content/uploads/2010/03/tab1.4.pdf
http://www.airi.it/wp-content/uploads/2010/03/tab1.5.pdf
http://www.airi.it/2014/07/spesa-rs-ricercatori-brevetti-paesi-ocse/

[2] Moretti, E. (2013) La nuova geografia del lavoro, Mondadori, Milano 2014

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3 risposte a “Lo stato della ricerca in Italia: perché dobbiamo preoccuparci davvero del futuro del Bel Paese

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