Piketty, Il Capitale nel XXI secolo: parte quarta, conclusione e riepilogo

Traduzione a cura di Alessandro Mascaro

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Siamo ormai giunti alla quarta parte del Capitale. In essa, Piketty si concentra sulle politiche da avviare per contrastare le crescenti diseguaglianze del sistema economico vigente. Poiché questa sezione contiene alcune tra le più deboli argomentazioni del libro, sembra essere il punto appropriato per concludere il nostro viaggio con un giudizio generale dei principali contributi e dei difetti del Capitale. Partirò dai primi.

Quali sono i più importanti contributi apportati da questo libro? Il primo, e forse il più importante, sono i dati. Per quanto il Capitale possa essere rimarchevole, potrebbe dimostrarsi meno influente e significativo del World Top Income Database, su cui gran parte del libro è basato. Questo e i dati sulla distribuzione ed evoluzione della ricchezza rappresentano un’enorme conquista e la base della narrazione. E’ doveroso sottolineare ancora che Piketty è stato solo uno dei tanti economisti a lavorare per riordinare queste cifre. Se non fosse stato per il loro sforzo, l’attuale discussione sulle diseguaglianze non sarebbe seria e rilevante com’è ora.

In secondo luogo, il libro contesta la “vulgata” della storia economica del mondo ricco in svariati modi. Ancora una volta, Piketty non è il solo a mostrare, per esempio, le tesi di Simon Kuznets secondo cui le diseguaglianze crescerebbero per poi diminuire gradualmente lungo il processo di industrializzazione, oppure che le quote di reddito nazionale tra reddito da capitale e reddito da lavoro non sono costanti. L’economista francese, tuttavia, ha dato a queste idee una nuova importanza, affiancandole alla visione che la compressione di ricchezza e di reddito era principalmente dovuta alla contingenza dello shock tra le due guerre. Mettendo tutte queste cose assieme, il libro di Piketty contesta con successo l’ortodossia del 20esimo secolo che classifica la ridistribuzione come non particolarmente importante.

Il terzo contributo è che il Capitale fornisce uno schema tramite cui ragionare su come le diseguaglianze potrebbero evolversi in futuro. Piketty non ci offre solo una panoramica del problema nel passato, ma scrive anche la sua opinione su come le cose possano evolversi in futuro (sebbene essa sia molto criticabile). Tuttavia, anche se i lettori dubitassero le sue previsioni sul tasso di rendimento del capitale o sulla crescita economica, grazie a questo libro essi avranno comunque un modo di pensare a come le diseguaglianze cambieranno al variare dei diversi fattori menzionati nel libro. Il dibattito politico è un esempio di ciò che è stato appena detto: gli effetti redistributivi di possibili cambiamenti di politica economica iniziano ad essere analizzati tramite i parametri del Capitale come r o g (o s, il tasso di risparmio, ed altre variabili chiave)

Infine, il Capitale, grazie al suo successo straordinario, ha centralizzato l’attenzione su di sé. Si potrebbe dire che è il libro giusto al momento giusto. Ha dato una spinta al dibattito sulle disuguaglianze e ha fornito a questo anche una struttura matematica che aiuta a sviluppare e approfondire la discussione.

A questo punto, è il turno dei difetti.

Il primo è che ci sono state critiche che Piketty avrebbe dovuto aspettarsi e a cui avrebbe potuto rispondere preventivamente. Scrivere un libro è difficile, e spesso la tentazione è quella di anticipare qualsiasi critica il lettore possa fare. Questo potrebbe rendere il libro meno maneggevole e persuasivo. Considerando il successo che il Capitale ha riscosso, l’economista francese si sarebbe potuto permettere di andare un po’ più a fondo, per esempio, su come r si rapporti agli altri tassi di interesse. Oppure, sul fatto che i tassi di interesse dei bond governativi dei paesi sviluppati hanno raggiunto i minimi storici e sembrano dover rimanere a quel livello anche per gli anni a venire: dal momento che la sua argomentazione principale è che r è sempre maggiore di g, la prospettiva di bassi tassi d’interesse per gli anni venturi avrebbe dovuto meritare qualche considerazione.

Il secondo è che, data la natura e la potenziale intensità dei problemi che descrive, le soluzioni proposte sembrano parecchio banali. Nel capitolo 13, Piketty guarda velocemente al futuro dei Welfare state. Secondo l’economista francese, uno stato ancora più invadente potrebbe essere una cosa buona, ma non finché i sistemi burocratici non sono riformati e non si dimostrano capaci di amministrare due terzi o più di prodotto nazionale. Nel frattempo, i governi dovrebbero badare ai loro sistemi educativi e dovrebbero riformare le pensioni. Come? Per esempio, “una delle più importanti riforme che gli stati del 21esimo secolo dovrebbero fare è stabilire un modello pensionistico a capitalizzazione individuale con uguali diritti per tutti, senza contare quanto sia stata complicata la carriera di ciascuno”. Bene, tutto corretto.

Nel capitolo 14 Piketty si focalizza sulla tassazione sul reddito. Egli sostiene che una tassazione progressiva sia importante per mantenere supporto politico alla globalizzazione. Ricorda anche come sia stata l’America anti-tasse che per prima tassò fino al 70%, prima sui redditi e poi anche sulle proprietà. Secondo lui, tasse più alte sui redditi più alti non sono state particolarmente dannose per la crescita. Inoltre, così facendo, anche gli stipendi più alti sarebbero ben accetti dalla società. Ad ogni modo, Piketty non si mostra ottimista su questo punto, in quanto lo spirito egalitario e le pressioni della guerra che ispirarono una maggiore tassazione progressiva negli anni cinquanta e sessanta sono svaniti.

Nel capitolo 15, infine, l’economista francese espone una proposta risolutiva: una tassa progressiva e a livello globale sul capitale. Chiaramente, ed è lo stesso Piketty ad ammetterlo, essa è un’utopia che non verrà adottata nel prossimo futuro. Non è, comunque, inutile parlarne, anche se solo come punto di riferimento per altre proposte politiche. Descrive anche come una tassa sul capitale dovrebbe essere strutturata, e sostiene che le alternative (come il comunismo, il protezionismo o il controllo dei capitali) sarebbero troppo più costose.

Questo è quanto, ma sicuramente si potrebbe dire di più. Se la minaccia per la società è che r stia crescendo più di g, perché non delineare proposte per espandere la proprietà del capitale? Perché non proporre un reddito base universale, una sorta di eredità per tutti?

Questo ci porta ad analizzare il terzo difetto, a mio parere il più grave. L’economia viene trattata in modo molto serio in questo libro, ma la politica no. E’ paradossale, dal momento che lo stesso Piketty asserisce che l’economia dovrebbe focalizzarsi meno sulla sua aspirazione di essere una scienza e ritornare alle sue origini, cioè alla politica economica. Le teorie di politica economica devono anche essere teorie politiche, e in questo libro non c’è nessun corrispettivo di r>g per la politica.

Ci sono, però, dei cenni sull’importanza dell’interdipendenza tra politica ed economia. Piketty nota che gli sconvolgimenti politici che segnano la fine di un’epoca, come la Rivoluzione Francese o quella Americana, erano in gran parte motivate da questioni fiscali. Similmente, la tassazione sul reddito progressiva è sempre emersa con la democrazia (sebbene, come ammette lo stesso autore, anche le richieste fiscali della prima guerra mondiale hanno dei meriti nell’adozione di una tassazione significativa dei ceti più elevati). Piketty sottolinea anche come le preoccupazioni riguardo l’emergere di ineguaglianze abbiano aiutato l’innalzamento del livello di tassazione in America nel 21esimo secolo.

Ma il finale che il libro meritava era un altro sguardo ai dati, per vedere se ci siano e se siano analizzabili degli schemi ricorrenti nelle interazioni tra sconvolgimenti politici e concentrazione di ricchezza. Questa non è sicuramente il settore di specializzazione di Piketty, ma lo stesso vale per tutto quello che ha scritto nella quarta parte del Capitale. E’ questo il vero punto critico. Se il risultato più plausibile delle tendenze descritte da Piketty è che da qualche parte in futuro un governo di centro sinistra sarà eletto e sancirà una tassazione più progressiva su redditi e proprietà e riformerà il sistema pensionistico, respingendo la crisi economica, allora il libro va scritto in questa prospettiva. Se invece il risultato più plausibile è una rivoluzione, la prospettiva è chiaramente diversa. Siccome sarebbe assurdo pretendere che Piketty dica definitivamente quale delle due possibilità si verificherà, non penso che fosse esagerato, considerate anche le ambizioni del libro, pensare di esprimere un suo parere su come i movimenti politici e sociali possano evolversi conseguentemente ad una sempre maggiore disuguaglianza, e su come questa evoluzione possa essere approcciata dalla politica. A che serve suggerire idee utopistiche su come risolvere questi problemi senza neanche accennare a come si evolveranno i meccanismi della politica che le devono mettere in pratica?

Per quanto mi riguarda, considero l’analisi di Piketty perlopiù corretta, con qualche eccezione dovuta alla mia particolare visione di come il mercato del lavoro si stia evolvendo. Il Capitale, comunque, è stato per me fondamentale nello sviluppare al meglio questa visione. Penso che la dinamica più affascinante di questo libro sta nella sostituibilità tra lavoro e capitale, qualcosa che Piketty menziona ma a cui non dedica molto tempo. Le storie che vedono il capitale diventare una forza dominante e potenzialmente maligna vedono anche quelle in cui la maggior parte dei lavoratori possono solo scacciare l’automazione del loro lavoro accettando salari sempre più bassi. Ma questo è il mio cavallo di battaglia, non il suo, e non lo biasimo per non aver dedicato pagine e pagine ad esso.

In ogni caso, sono grato per l’opportunità concessami di pensare a questi problemi e a dibatterne, capovolgendo anche alcuni dei miei punti di vista. Non capita spesso che un libro ci riesca, ma il Capitale ce l’ha fatta. Spero che tutti voi, cari lettori, abbiate ricavato qualcosa da questo libro e da questa serie di riassunti.

Articolo originale

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2 risposte a “Piketty, Il Capitale nel XXI secolo: parte quarta, conclusione e riepilogo

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