Piketty, Il Capitale nel XXI secolo: capitoli decimo, undicesimo e dodicesimo

Disclaimer: Il testo qui riportato è unicamente una traduzione del lavoro svolto dai giornalisti del periodico britannico The Economist. Il collegamento al post originale in lingua inglese verrà riportato a fine articolo

Traduzione a cura di Francesco Maria Fama

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In questi capitoli Piketty ci dice perché dovremmo essere preoccupati dall’incremento della disuguaglianza. Come abbiamo detto più volte, un punto chiave della teoria dell’economista francese è il tasso di rendimento del capitale “r” che, secondo Piketty, sarebbe maggiore del tasso di crescita dell’economia “g”. I critici hanno evidenziato come ciò sia in contrasto con la teoria economica, ma Piketty non ne fa una questione di mera teoria: egli infatti osserva che, empiricamente, “r” è stato superiore a “g” per buona parte della storia dell’uomo. Dunque se la teoria non combacia con lo statement pikettyano, il problema risiede proprio nei fondamenti di essa.

Piketty propone anche un’intuizione che spiega perché dovrebbe essere così. Se “r” fosse minore di “g”, scrive, allora i redditi dovrebbero crescere più velocemente rispetto al debito, e le persone dovrebbero avere un incentivo a prendere a prestito e consumare senza vincoli, sapendo che sarà semplice restituire quanto ottenuto. Ma essi non possono prendere a prestito continuamente senza spingere il tasso di rendimento del capitale “r” quantomeno al livello di “g”.

In ogni caso, la regolarità di r>g è una forte spinta alla concentrazione della ricchezza. Poiché la distribuzione di ricchezza è sempre meno equa della distribuzione del reddito, una dinamica in cui la ricchezza cresce più velocemente del reddito conduce ad una sempre maggiore concentrazione di risorse nelle mani di pochi. La ricchezza nazionale cresce in relazione al reddito nazionale, il reddito da capitale cresce in relazione al reddito da lavoro, e i ricchi diventano sempre più ricchi.

E quindi? Piketty risponde che questa situazione è semplicemente insostenibile e, ovunque porti, di certo non sarà su una buona strada. Potrebbe essere che il processo terminerà da solo, in quanto la massiccia accumulazione di capitale porterà ad una continua discesa del tasso di rendimento. Ma questo declino può essere lento e durare per molto tempo, causando un tanto elevato quanto intollerabile livello di concentrazione del capitale. Oppure può succedere che il processo si arresti nel momento in cui un relativamente piccolo numero di persone possiede tutto. In ogni caso, il pericolo è che la società rifiuti l’ingiustizia di questa concentrazione di ricchezza, e reagisca, anche ricorrendo alla violenza.

In altre parole, il problema principale è un meta-problema. La disuguaglianza ci coinvolge poiché, ci piaccia o no, essa è rilevante. Nella maggior parte dei paesi del mondo essa tenderà a crescere finchè non sarà contrastata da shock economici o mirate azioni politiche. Un coinvolgimento attivo e la gestione della disuguaglianza possono ridurre le probabilità che la società rifiuti –anche in maniera violenta e pericolosa–come ingiuste le istituzioni alla base dell’economia.

Questa non sembra una visione del mondo così stravagante . E’ naturale intuizione umana che – quantunque uno sia nato ricco o abbia guadagnato la propria ricchezza sul mercato – ci sia comunque un limite a ciò che una persona può possedere. Le condizioni di nascita sono una roulette, ed è sbagliato porre una posta troppo alta al tavolo. Data la realtà economica descritta da Piketty, è quindi inevitabile che la questione della ridistribuzione sarà sempre più centrale ed influente nella determinazione della politica economica. Il fatto singolare, come evidenzia Piketty, è che noi consideriamo il rendimento dato da una equa distribuzione della ricchezza come un male e come una cosa innaturale.

http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2014/04/book-clubs-1

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