Piketty, Il Capitale nel XXI secolo: capitoli settimo, ottavo e nono

Traduzione di Francesco Fabbri

Nella parte terza Mr. Piketty va direttamente al cuore del problema: la disuguaglianza e la concentrazione della ricchezza e del profitto. I primi 3 capitoli della sezioni sono generalmente focalizzati sulla distribuzione della rendita. Ecco un breve riassunto per voi. Per un determinato  periodo, circa posto a metà del ventesimo secolo, il duro lavoro era sicuramente una strada per raggiungere un buon tenore di vita. Precedentemente non era affatto così: solo raramente infatti  il frutto del lavoro di un individuo consisteva in una ascesa sociale verso l’élite, che era altresì popolata per la maggior parte da oziosi ricchi. (L’America, senza considerare il Sud, era un eccezione, ma si allineò agli altri paesi lungo il corso del 19esimo secolo.) Successivamente però i drammatici cambiamenti di un periodo caratterizzato da conflitti interni hanno svoltato radicalmente la situazione.

Questa nuova rotta ha decisamente molto meno a che fare con la crescente produttività dei lavoratori o del potere contrattuale rispetto al pesante colpo subito dalla fascia più ricca della popolazione durante il periodo di guerre interne. Si era soliti costruire società estremamente diseguali appoggiandosi su estreme concentrazioni di ricchezza, che permisero a una piccola classe di cittadini di godere da sole di un buon profitto di capitali. Nel periodo caratterizzato da numerose guerre intestine molti di coloro che potevano godere di una rendita sono stati completamente “tagliati fuori” fisicamente, con parole di Piketty, non erano semplicemente stati sorpassati da coloro che avevano accumulato una certa ricchezza tramite il lavoro.

Mr. Piketty in questi capitoli si dedica a uno studio storico, minuzioso e accurato dei beni reali mettendoli al vaglio di una lunga serie di dati, cercando di spiegare quali fattori hanno contribuito a modificare la distribuzione di reddito durante il corso dell’ultimo secolo. La distribuzione della ricchezza in Francia era sicuramente molto concentrata nel periodo che va dal 1850-1950 caratterizzato da una grande presenza di conflitti armati, ma la disuguaglianza iniziò a crescere ancora più rapidamente superato questo periodo, grazie  a una grande propensione nell’affrontare prima la ricostruzione dell’economia piuttosto che a porre l’attenzione su problemi di ridistribuzione della ricchezza. Questo trend di continua crescita della disuguaglianza si spense circa alla fine degli anni 60’, a causa di sconvolgimenti politici, ma riprese a crescere ancora dall’inizio degli anni 90’.

Comunque, il punto centrale è che quasi da ogni parte del mondo in cui sono disponibili dati sui redditi maggiori, includendo i Paesi emergenti, la disuguaglianza ha raggiunto un qualcosa di molto simile a un picco circa negli anni 60’ o 70’, diminuendo in seguito, ma poi di nuovo ha continuato ad aumentare. Questa crescita è particolarmente pronunciata nelle economie anglosassoni, e praticamente senza precedenti in America, dove si sta sempre più diffondendo in nuovi territori. Praticamente unica tra le economie dei Paesi sviluppati, l’America non solo è ritornata, ma ha anche sorpassato i livelli di concentrazione di reddito sperimentati all’inizio del 20esimo secolo. Sorprendentemente, è riuscita a raggiungere questo obiettivo attraverso un forte incremento sulla disuguaglianza del rapporto lavoro/reddito.

Nel discutere l’esperienza americana, Mr Piketty ha due argomentazioni che hanno fomentato qualche discussione in tempi recenti. La prima riguarda la stagnazione secolare:  nel 1980 circa un terzo del reddito nazionale derivante dal lavoro aumentò del 10%. Dopo i 3 decadi successivi questo indice aumentò di altri 15 punti. Questo rappresenta un enorme spostamento del potere d’acquisto verso quelle classi sociali che erano molto meno propense a spendere, e questo in pratica significa che diventa ancora più difficile generare una domanda di beni adeguata data la diminuzione di coloro che erano disposti a prestare piuttosto che a consumare i guadagni in eccesso. In termini di grandezze questo spostamento è significativamente più determinante del contemporaneo aumento del deficit americano. Per come vede la questione Mr. Piketty la disuguaglianza è un fattore molto più determinante nella stagnazione rispetto a gli squilibri globali.

La causa delle discussioni è che la manifestazione di una domanda non adeguata come risultato di un eccesso di risparmio causa una caduta, o addirittura anche un negativo, tasso di interesse reale. E se il tasso di interesse reale crolla, argomentano i critici, come può essere il tasso r di Mr. Piketty più grande di g, il tasso di crescita dell’economia, dal momento che sta aumentando il livello di ricchezza derivante dai redditi dell’economia?

Ma questo ragionamento oltrepassa il rendimento degli investimenti al quale siamo interessati. Il tasso di interesse reale di breve periodo su una operazione risk-free è stato zero, o sotto zero, per una buona parte dell’ultimo decennio. Il tasso di interesse reale di lungo periodo su una operazione risk-free è crollato a picco per una serie di decenni, ed è sceso abbastanza da abbassare il tasso di crescita reale o potenziale dell’economia circa dal 2005. Ma Mr. Piketty non è interessato nei tassi delle operazioni risk-free. Il suo tasso di rendimento del capitale è la somma di tutti i redditi derivati dalla ricchezza ogni anno (che include profitti, rendite, dividendi,  licenze e cosi via) come un indice di ricchezza nazionale. Come lui fa notare nei primi capitoli, lo storico r altro non è che un miscuglio di diversi rendimenti considerati su diverse tipologie di investimenti nell’industria oppure in speculazioni. Se da un lato è vero che investire i propri soldi nel debito americano raramente ha pagato meno, non è così vero che chi è ricco sia incapace di spremere dalle proprie fortune un guadagno in termini reali maggiore del tasso di crescita dell’economia.

Il secondo punto di contenzioso riguarda la discussione delle cause delle disuguaglianza americana. Considerando il lungo periodo, dice Mr. Piketty, la domanda e l’offerta del fattore “abilità” sono critiche nel determinare la distribuzione del reddito del lavoro. Su margini più brevi e margini minori le politiche, come quella del salario minimo, hanno un importanza cruciale. Ma per spiegare gli straordinari livelli di reddito nel top 1% degli Americani la storia è diversa. Ricorrere alla semplice spiegazione di abilità molto marcate rispetto agli altri individui non risolve completamente la questione in quanto molte altre economie, inclusa la Gran Bretagna, hanno esperienza di indici di reddito elevatissimi, ma comunque nulla di remotamente comparabile alla situazione americana. Mr. Piketty considera che un individuo raggiunto l’apice ha la necessità di tornare a seguire delle regole, ma quali?. La produttività è molto difficile da accertare tra i top executive e i salari sono spesso decisi o da commissioni simpatetiche o da supervisori o per peers che per ogni indice condividono le stesse idee su che cosa siano meritevoli i top executive. In America, questi gruppi si attribuiscono loro stessi la massima crescita, in un modo che sarebbe considerato osceno in qualsiasi altra economia avanzata.

Questo potrebbe non essere vero. Ma Mr. Piketty fa notare che se i redditi correnti americani riflettono una effettiva e proporzionale diversità in termini di produttività, allora tale differenza tra punto più alto e basso delle spettro è maggiore nell’America moderna che nella Sud Africa dell’apartheid. Alquanto difficile che questo sia il caso.

Il testo in lingua originale è accessibile qui 

 

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