Piketty, Il Capitale nel XXI secolo, capitolo quinto e sesto

Disclaimer: Il testo qui riportato è unicamente una traduzione del lavoro svolto dai giornalisti del periodico britannico The Economist. Il collegamento al post originale in lingua inglese verrà riportato a fine articolo

Traduzione a cura di Giacomo Mantegazza

PikettyParis

Giungiamo ora alla “Seconda Legge Fondamentale del Capitalismo”. Pronti? Eccola qui: β=s/g. Oppure, in altri termini, il rapporto tra capitale e reddito è dato dal tasso di risparmio diviso per tasso di crescita dell’economia. Quindi, se si considera un’economia che risparmia il 10% del proprio reddito e che cresce ad un tasso del 2%, allora nel lungo periodo ricchezza e reddito staranno tra di loro in un rapporto di 5 a 1. Guardiamo ad alcune delle dinamiche che il Prof. Piketty ha in mente: risparmi sempre crescenti significano un rapporto tra ricchezza e reddito sempre maggiore, ed allo stesso modo un ritmo di crescita più lento (il denominatore diminuisce). Invero, il tasso di crescita è veramente importante in questo passaggio. Se la crescita si dimezzasse, dal 2% a 1% annuo nell’esempio precedente, allora secondo il modello di Piketty la quota di ricchezza rispetto al reddito raddoppierebbe, raggiungendo un rapporto di 10 a 1 (sempre nel lungo periodo). Più un’economia cresce velocemente, meno incombono sul presente grandi ricchezze accumulate nel passato.

Questa legge sembra più che altro una regola empirica; nel lungo periodo la ricchezza (intesa di seguito come rapporto tra capitale e reddito per brevità) tende al rapporto s/g, ma ogni genere di eventi può disturbare il suo cammino. Se ci fosse qualunque sorta di cambiamento strutturale nell’economia, l’impatto sulla predominanza del capitale potrebbe non essere avvertito in pieno per decenni. Il Prof. Piketty offre anche un grazioso e consequenziale avvertimento: se le economie sono dipendenti da risorse scarse, o se i prezzi dei beni capitali e intermedi tendono a crescere più velocemente dei prezzi al consumo, allora la ricchezza potrà crescere molto di più e molto più velocemente di quanto questa legge implichi.

Questo sembra proprio il posto giusto per un grafico:

Grafico 1

Qui si ha una percezione della tendenza recente nel rapporto tra capitale e reddito nazionale, così come l’effetto sulle variazioni dal trend di grandi e improvvisi aumenti nei prezzi dei beni capitali. Questa tendenza fornisce lo spunto ed il contesto per la visione del Prof. Piketty sulla relazione tra capitale e crescita. Negli ultimi quarant’anni la parte più ricca del mondo è andata incontro ad un rallentamento nello sviluppo di entrambi i fattori generatori della crescita economica—popolazione e progresso tecnologico—e questo spiega gran parte dell’imponente e condivisa (tra i paesi più sviluppati) tendenza crescente nell’accumulazione di ricchezza. Tuttavia, come nota Piketty, ciò non è tutto: la crescita nella ricchezza privata è stata sospinta dalla diminuzione della ricchezza pubblica, attraverso la privatizzazione di assets pubblici ed una generale inclinazione al finanziamento in deficit. Certo è che i fattori precedentemente citati sono i più rilevanti.

Attraverso lo studio di tendenze di lungo periodo, il Prof. Piketty riconosce che il rapporto tra ricchezza e reddito nazionale sta ritornando a livelli visti l’ultima volta prima della Prima Guerra Mondiale e che si assesterà su cifre intorno al 600%-700% in tutto il resto del mondo. Tuttavia, fa notare, i livelli di capitale in economie dotate di crescita debole ed alto tasso di risparmio potrebbero finire con l’aumentare molto di più. In queste economie, è probabile che gli investitori comincino ad accrescere la propria posizione in net foreign assets (il valore delle attività estere detenute da cittadini della nazione considerata, diminuito del valore delle attività domestiche detenute da cittadini stranieri). Un altro ritorno al mondo antecedente la Prima Guerra Mondiale.

Dopo aver discusso delle tendenze nella quantità di capitale presente nelle economie, il Prof. Piketty rivolge la sua attenzione ai rendimenti dello stesso. Il concetto di rendimento è centrale nella discussione, poiché determina la porzione di reddito che va a remunerare il capitale piuttosto che il lavoro. Il tasso di rendimento del capitale è determinato da due fattori: quantità di capitale (dato che viene accettata un’utilità marginale decrescente, il rendimento cala all’aumentare del capitale) e tecnologia, che stabilisce quanto il capitale è produttivo (trad. di useful).

Piketty descrive lungamente ed approfonditamente la storica battaglia combattuta tra economisti sulla costanza o meno della percentuale di capitale e di lavoro nella formazione del reddito nazionale. In effetti, sembra che questa proporzione non sia costante. In realtà, nel lunghissimo periodo, l’elasticità di sostituzione tra capitale e lavoro sembra essere maggiore di 1. Cosa significa ciò nel concreto?

Dunque, aumenti nello stock di capitale tenderebbero a farne ridurre il rendimento, come detto sopra; tuttavia, basandoci solamente su questa ipotesi, non possiamo concludere riguardo al fatto che una maggiore quantità di capitale comporti o meno una maggior fetta di reddito a remunerazione dello stesso. Il punto critico è se la caduta nel rendimento del capitale è grande abbastanza da controbilanciare l’effetto (positivo per l’investitore) di un aumento dello stock. Se un piccolo aumento nella quantità di capitale porta ad una notevole caduta nel suo rendimento (per esempio perché il progresso tecnologico è lento e non c’è assolutamente niente di produttivo in cui il capitale aggiuntivo possa essere impiegato), allora l’accumulazione di nuova ricchezza riduce la porzione di reddito destinata al capitale, e si ha un’elasticità minore di 1. Questo era il modo in cui le economie si muovevano nella società pre-industriale, prevalentemente agricola.

Tuttavia, se un consistente aumento nella quantità di capitale impiegata comporta una diminuzione relativamente piccola nel rendimento del capitale (magari perché progressi tecnologici continui significano sempre nuove modalità di impiego del capitale), allora maggiore ricchezza si traduce in una maggiore quota di reddito destinata al capitale. In particolare, il Prof. Piketty riconosce in questo scenario il mondo odierno. Dagli anni ‘70 in avanti lo stock di capitale è andato aumentando stabilmente, così come la quota di reddito destinata a remunerarlo.

Ci sono due questioni fondamentali sollevate da questi due capitoli e che riteniamo esercitino un’influenza particolarmente grande. Una riguarda la “forma” che i trend dell’accumulazione di capitale e del reddito da capitale assumeranno in un mondo caratterizzato da bassa crescita demografica e stabile (o al massimo ragionevolmente rapido) progresso tecnologico. Piketty si concentra sul lato demografico della questione, che porta a conclusioni che depongono a favore di una ricchezza crescente; egli menziona la possibilità che il progresso tecnologico aumenti la domanda di capitale umano, il che aumenterà la quota di reddito destinata al lavoro, così andando contro il trend demografico. In realtà questa è un’interpretazione dell’aumento nei salari e della stabilizzazione della quota di capitale avvenute nel tardo XIX secolo, dopo molti decenni in cui i benefici dell’industrializzazione andavano quasi esclusivamente al capitale.

I più accorti tra i lettori avranno già anticipato il timore: che il progresso tecnologico spingerà nella stessa direzione del cambiamento demografico, aumentando cioè lo spettro di compiti che il capitale sarà in grado di svolgere. In quello scenario, il lavoro sarà in grado di mantenere la propria posizione solo accettando salari decrescenti. In queste circostanze, sia che il lavoro tenga duro sia che venga spazzato via dall’automazione, le implicazioni per i salari sono lugubri.

Il secondo grande tema è: in un mondo in cui la quantità di capitale e le quote di reddito destinate al capitale aumentano, qual è il fattore produttivo scarso, che è in grado di catturare i benefici della crescita economica? Non il capitale finanziario, sicuramente. La proprietà intellettuale è il miglior candidato; si pensi agli imprenditori creatori di Instagram, capaci di creare un’enorme fortuna basata su un’idea abbastanza semplice. E poi abbiamo questo:

Grafico 2

Dove lavorano e stringono accordi i ricchi e potenti? Per la maggior parte in un pugno di città cosmopolite, con un alto livello di istruzione e molto costose. Gli abitanti di queste città hanno accesso a reti sociali e possibilità di consumo che in altri luoghi non è possibile avere a nessun prezzo. Queste città potrebbero essere il più importante fattore scarso, ed i proprietari di terra in queste i definitivi beneficiari dei trend di cui si è discusso sopra.

 http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2014/04/book-clubs

 

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Una risposta a “Piketty, Il Capitale nel XXI secolo, capitolo quinto e sesto

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