Piketty, Il Capitale nel XXI secolo, capitolo terzo e quarto

Traduzione a cura di Guglielmo De Martino

Disclaimer: Il testo qui riportato è unicamente una traduzione del lavoro svolto dai giornalisti del periodico britannico The Economist. Il collegamento al post originale in lingua inglese verrà riportato a fine articolo.

Best Selling Economist Author Thomas Piketty Speaks At UC Berkeley

Arrivati a questo punto stiamo prendendo il ritmo, riassumendo due capitoli per volta. Nei capitoli 3 e 4 Piketty descrive l’evoluzione del capitale nel tempo attraverso le grandi economie dell’Europa e del Nord America. Vi sono molti dettagli interessanti ma il concetto generale è relativamente semplice. Sino agli albori del XIX secolo la ricchezza era costituita in gran parte da possedimenti rurali votati all’agricoltura. Col passare del tempo, l’importanza di questi terreni diminuì drasticamente mentre le abitazioni e altre capitale interno (incluso l’immobiliare commerciale e il capitale industriale) divennero preponderanti. Come abbiamo già discusso, le quote di capitale sul reddito nazionale erano alte durante l’industrializzazione, mentre caddero drammaticamente in Europa dal 1914 al 1950, per poi risalire negli ultimi sessant’anni; si stanno adesso riavvicinando ai livelli prebellici. Perdipiù il capitale industriale nel Nord America non è mai stato tanto importante quanto in Europa grazie ai bassi costi derivanti dall’abbondanza di terreni e al fatto che le economie Nord Americane sono partite da zero (all’incirca) due secoli fa. In quest’analisi, tuttavia, voglio concentrarmi sul particolare filo conduttore che lega i due capitoli: la divisione tra il capitale pubblico e privato.

Il capitale nazionale, secondo il Piketty, è la ricchezza totale nell’economia che viene presentata come percentuale del reddito nazionale.  Questa poi può essere divisa tra ricchezza pubblica e privata; la distribuzione fra le due componenti può variare senza modificare necessariamente il totale. Perciò ad esempio, agli inizi del XIX secolo, il governo britannico accumulò, a causa di conflitti intrapresi, un enorme debito che raggiunse il 200% del reddito nazionale. Nonostante ciò, durante questo periodo il valore del capitale relativamente al reddito non cambiò granché. Ciò che cambiò fu la distribuzione tra pubblico e privato; il capitale pubblico calava mentre lo stato prendeva a prestito dalla borghesia inglese, aumentando il capitale privato.

Il trend nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale è molto diverso. Il capitale nazionale aumenta durante questo periodo dopo i minimi del dopoguerra. La percentuale di capitale privato sul reddito non aumenta; anzi, dagli anni 50’ agli anni 70’ del XX secolo cala. D’altro canto, quello pubblico aumenta nettamente. Ci furono due conseguenze a tale situazione. Innanzitutto, il governo monetizza il suo debito (stampando moneta) migliorando così la sua posizione patrimoniale netta, secondariamente, il governo crea un settore pubblico abbastanza consistente. Il punto è che le politiche governative possono influenzare il valore assoluto del capitale nazionale, ma anche la sua suddivisione in pubblico e privato, nonché l’importanza che esso ha rispetto al reddito nazionale. Questi due fattori sono fondamentali nella determinazione delle politiche economiche nella ridistribuzione dei benefici della crescita.

Il caso britannico è nuovamente istruttivo. L’Inghilterra ha avuto due picchi del debito pubblico nella storia moderna, all’inizio del XIX secolo e nella metà del XX. Ma, fra questi due periodi, la natura del debito pubblico si è modificata da strumento di ricchezza privata a benefattore dei poveri; con essa anche il guadagno ottenuto dai prestiti al governo. I cambiamenti nel reddito sono stati guidati principalmente da variazioni nell’andamento dell’inflazione –in questo modo ci si rende conto della reazione che lega gli interessi dei ricchi a quelli dei poveri nelle questioni di finanza pubblica e inflazione.

L’Inghilterra si è occupata del suo debito in modi molto diversi a seconda del periodo. Il debito del XIX secolo è stato gestito nel corso di un secolo, creando surplus di bilancio tagliando sulla spesa statale in educazione, in un ambiente quasi del tutto privo di inflazione. Questo è il mondo di un’élite, i “rentier”, che guadagna bene dalle proprie quote di debito pubblico. Era questa un’era, annota Piketty, nella quale i marxisti guardavano con sospetto al debito pubblico, il quale era tacciato di rappresentare un modalità di ulteriore arricchimento delle classi benestanti.

D’altro canto, i debiti delle guerre furono estinti piuttosto rapidamente, in gran parte grazie alla repressione finanziaria e all’inflazione, le quali determinarono ingenti perdite per i titolari del credito. Intanto il debito pubblico divenne un’importante strumento di politica economica, disegnato per diminuire gli attriti tra le classi lavoratrici.

L’inflazione, rammenta Piketty, è un metodo scorretto per liberarsi dal debito. Nel XX secolo, tra i creditori vi erano molti membri della classe media, tramite strumenti quali il risparmio diretto e i grandi fondi pensionistici. Non è sorprendente che i fautori della disinflazione degli anni 80’ includessero elementi estranei all’élite. D’altronde, si può anche notare che la fine dell’inflazione coincide con un’accelerazione della crescita del capitale nazionale con disuguaglianza e indebitamento crescenti.
È interessante considerare il modo in cui l’andamento dell’inflazione e le strutture di potere delle classi sociali si influenzino reciprocamente, condizionando allo stesso tempo la distribuzione dei guadagni e delle perdite economiche.

L’attuale situazione della Gran Bretagna non è paragonabile a quella dei “rentier”, ma l’inflazione non è stata del tutto eliminata dal sistema. Chiaramente, le strutture di potere e le scelte politiche sono state differenti in Europa e negli Stati Uniti. Comunque ognuno di questi casi illustra uno degli argomenti fondamentali di Piketty: l’equità della distribuzione deve tornare ad essere un obiettivo primario nella politica economica. Il debito ha il suo modo di chiarirlo; detto con le parole di Piketty: “il debito è il veicolo di importanti redistribuzioni interne che esso venga ripagato o meno.”

http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2014/03/book-clubs-2

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