Piketty, Il Capitale nel XXI secolo: capitolo secondo

Traduzione a cura di Davide Ferri, con un breve commento di Alessandro Mascaro

 

Disclaimer: Il testo qui riportato è unicamente una traduzione del lavoro svolto dai giornalisti del periodico britannico The Economist. Il collegamento al post originale in lingua inglese verrà riportato a fine articolo.

piketty train station

Una delle prime tesi sostenute nel Capitale consiste nel fatto che le circostanze del sistema economico che noi siamo soliti considerare normali rappresenterebbero una eccezione sul piano storico. Il Prof. Piketty sostiene fin dagli esordi della propria trattazione che non esista alcuna naturale tendenza alla diminuzione delle disuguaglianze nella società; tale credenza si sarebbe sviluppata sulla base dell’omogeneità reddituale manifestatasi durante l’ultimo secolo. Questo periodo storico, tuttavia, caratterizzato in principio da fenomeni tumultuosi e straordinari, non può essere considerato paradigmatico: secondo Piketty, la disuguaglianza sarebbe la norma piuttosto che l’eccezione.

Nel secondo capitolo il Prof. Piketty estende questa interpretazione revisionista alla teoria della crescita. Il secolo scorso ha presentato tratti peculiari tanto nella distribuzione della ricchezza quanto nei saggi di crescita; infatti i periodi di benessere che la maggior parte di noi considera ordinari sono in realtà una anomalia. I più tra i lettori non saranno sorpresi di sentire che la crescita precedente la Rivoluzione industriale fu estremamente lenta. Piketty afferma che anche dopo di essa lo sviluppo fu più modesto di quanto non sia stato dopo le guerre mondiali.

L’analisi del progresso ne “Il Capitale Nel XXI Secolo” è basata sulla divisione del processo in due componenti: crescita complessiva e per capita. Mentre questo è un approccio metodologico tanto ammissibile quanto ogni altro, vale la pena ricordare che tale severa distinzione è artificiosa; in pratica, la crescita demografica e la produttività si influenzano reciprocamente. Discuteremo più avanti se Piketty faccia eccessivo affidamento su questa rigida distinzione.

Ma arriviamo al punto focale: durante gli ultimi 300 anni, la crescita demografica e l’aumento della produttività hanno contribuito in egual misura al progresso. Ciò ha particolare rilevanza, dato che la società fronteggia ora tassi di crescita demografica decrescenti dopo gli incredibili stravolgimenti del secolo scorso.

Tali tassi, infatti, fecero registrare una impennata dalla metà del XXVIII secolo fino alla metà del XX, quando la popolazione aumentava dell’1.9 % in media per anno. D’altro canto la tendenza attuale appare invertita e ci si aspetta che i ritmi di crescita si stabiliscano entro fine secolo intorno ai livelli pre-industriali.

Allo stesso modo, il tasso di crescita del reddito pro capite sembra aver raggiunto un picco. Nel XVIII secolo questo crebbe in misura impercettibilmente maggiore di quanto non avesse fatto nei secoli precedenti dove era stato sostanzialmente stazionario. Fino alla prima guerra mondiale aumentò dello 0.9% ogni anno in media e, terminate le guerre, fino al 2012 arrivò fino all’1.6% annuo. Recentemente i mercati emergenti hanno spinto tale percentuale fino al 2%, ma è improbabile che questo ritmo sia sostenibile. Piketty considera le previsioni di economisti quali Robert Gordon, che ritiene che il ritorno a tassi di crescita pre-industriali non sia lontano. Tale catastrofico scenario non è tuttavia pienamente condiviso dal professore francese, il quale sostiene più ragionevolmente che il saggio convergerà all’1% entro fine secolo.

Dall’analisi di entrambi i trends emerge un quadro interessante. Nei secoli che hanno preceduto la rivoluzione industriale la crescita economica complessiva non superava lo 0.2% annuo. D’altro canto, negli ultimi decenni questa è schizzata al 4% annuo. Tuttavia è iniziato un impalpabile declino, che entro la fine del secolo determinerà una netta attenuazione della tendenza.

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Perché, quindi, ci dovrebbe interessare? A causa, come sostiene Piketty, del potere cumulativo della crescita. Ad un tasso di crescita annuale dello 0.2% l’economia si espanderebbe solo del 6% nel lasso di tempo coperto da una generazione e di un misero 22% in un secolo. In effetti, la società tende a replicare se stessa nel tempo, generazione dopo generazione. La cultura, la struttura politica e sociale permangono nel lungo periodo.  D’altro canto, ad un tasso di crescita del 3.5% annuo ogni generazione gode di un benessere complessivamente 2.8 volte maggiore del precedente e in un secolo si verifica un aumento di 31 volte la produzione totale.

Ciò implica stravolgimento sociale e la costante sostituzione del vecchio col nuovo.Questa fu la realtà del momento centrale del secolo scorso. E in mezzo? Ad un tasso di crescita dell’1.2% ogni generazione beneficia di una crescita dell’output del 50% e nell’arco di un secolo si assiste ad una triplicazione delle risorse. Ciò non è mica niente. Nel corso di un millennio il cambiamento derivante è straordinariamente significativo. Ma ad una prospettiva meno ampia l’epoca pre-industriale è maggiormente paradigmatica della rigidità della società piuttosto che il recente passato.

La crescita è importante per una serie di ragioni, ma lo è particolarmente ai fini di Piketty dal momento che essa determina le dimensioni dell’ombra del passato sul presente. Se la crescita crolla, allora quella si intensificherà, rafforzando l’importanza del passato benessere e condizione sociale.

Ma è corretta quella previsione? La crescita è veramente prossima al crollo? E possiamo essere veramente sicuri che il rallentamento del saggio di sviluppo odierno provocherà una stagnazione simile a quella pre-industriale?


In questo capitolo, Piketty si sofferma sull’analisi del secondo membro della sua disequazione fondamentale: g, ovvero la crescita. Nel suo sistema, essa è destinata a rallentare, facendo sì che il rapporto tra il rendimento del capitale ed essa continui a ingrandirsi, aumentando quindi le disuguaglianze.

Lanciarsi in certe previsioni è sicuramente coraggioso, se non sfacciato: la crescita, dal punto di vista economico, è un fenomeno che racchiude in sé moltissime variabili spesso interdipendenti l’una dall’altra, come per esempio la crescita demografica e l’innovazione tecnologica. In questo breve commento mi soffermerò soprattutto su questi due fattori appena riportati, gli stessi con cui si confronta l’economista francese, per dimostrare quanto sia legittimo avere dei dubbi sulle previsioni del libro.

Piketty sostiene che i tassi di crescita demografica torneranno a un livello pre-industriale, e ne parla come se questo fosse qualcosa di ineluttabile. In realtà, l’indicatore demografico è uno dei principali indici economici di lungo periodo per gli Stati, i quali sono generalmente interessati ad attuare politiche che incentivino i cittadini a fare figli. Un esempio di ciò che ho appena detto è dato dalla Danimarca, le cui politiche a favore della famiglia sono ben note e efficaci: il trend di fertilità delle donne è stato invertito, raggiungendo un livello di 1,9 figli per donna, lo stesso del 1975. E’ dunque lecito pensare che il tasso di natalità possa non scendere a livelli pre-industriali entro la fine del secolo, come invece riportato nel Capitale.

Detto ciò, possiamo confrontarci anche con il secondo punto che Piketty affronta, ovvero la crescita economica per capita. Essa, come accennavo sopra, è fortemente legata all’innovazione tecnologica e alla ricerca scientifica. Quest’ultime due componenti consentono grandi incrementi di produttività e di offerta che si convertono, dal punto di vista economico, in crescita. Ci troviamo in uno dei periodi storici in cui i risultati ottenuti dalla scienza e dalla ricerca sono sempre più evidenti e sorprendenti. Le innovazioni che ne scaturiscono hanno consentito la nascita di settori completamente nuovi come, per esempio, internet e tutto ciò che attorno ad esso gravita e che sperimentiamo ogni giorno.

In un’epoca che si sta dimostrando così favorevole per due dei fattori chiave della crescita, è ragionevole pensare che le prospettive presentate da Piketty a riguardo non siano necessariamente sbagliate, ma quantomeno poco solide.

Fonti: 

http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2014/03/book-clubs-1

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Una risposta a “Piketty, Il Capitale nel XXI secolo: capitolo secondo

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