Piketty, Il Capitale nel XXI secolo: capitolo primo


Traduzione e commento di Jacopo Malatesta

Disclaimer: Il testo qui riportato è unicamente una traduzione del lavoro svolto dai giornalisti del periodico britannico The Economist. Il collegamento al post originale in lingua inglese verrà riportato a fine articolo.

“Mr. Piketty” incomincia il primo capitolo della parte prima definendo i termini della questione. E’ un esercizio utile, ma per quanto ci riguarda l’unica cosa che vale la pena richiamare è la defizione di capitale, che viene trattato come equivalente alla ricchezza e considerato come l’origine del valore che può essere commerciato (pertanto non è incluso il capitale umano). Piketty riconosce la differenza tra ricchezza accessibile (come la terra o le risorse naturali) e ricchezza accumulabile (come il capitale finanziario e industriale). Non sempre è necessario distinguere tra le due. Piketty scrive che nella maggior parte dei paesi ricchi la ricchezza è divisa quasi a metà tra capitale residenziale (per lo più capitale immobiliare) e capitale produttivo. Una buona regola generale.

In secondo luogo viene definito un dato importante nel libro, β,  il rapporto tra il capitale all’interno di un’economia e il reddito nazionale. E’ un indicatore dell’importanza del capitale all’interno di una società: i motivi e le dinamiche con cui varia nel tempo e tra le nazioni sono esplorate nella seconda parte. Questo ci porta a ciò che egli chiama – in maniera alquanto pomposa – “la prima legge fondamentale del capitalismo”: α = r * β. Quest’equazione permette di definire la quota del capitale sul totale del reddito come il tasso di rendimento del capitale moltiplicato per la quantità di capitale. E’ un modo utile per calcolare velocemente un tasso di rendimento lordo, a patto che si conoscano la porzione del reddito che va al capitale e il capitale sul totale della produzione.

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capital share in rich countries

A questo punto è dovereso menzionare un’altra abitudine di Piketty, che alcuni lettori potrebbero trovare irritante, ma che per noi è adorabile: il suo debole per illustrare i trend del 19esimo secolo con esempi dalla letteratura dell’epoca. Un espediente che si rivela utile, dal momento che molti scrittori dell’epoca (come Jane Austen) indugiavano molto su dettagliate descrizioni delle proprietà dei personaggi e davano per scontato che una tale ricchezza era associata a un x salario annuale, implicando un tasso di rendimento pari a y. E’ particolarmente divertente in seconda battuta quando discute dei cambiamenti nella struttura macroeconomica (verso un’inflazione sistematica, ad esempio) e identifica analoghi cambiamenti nelle ossessioni degli scrittori dell’epoca. Ma non divaghiamo.

Cosa che invece Piketty fa. Vagabonda in una storia di contabilità nazionali in modo da dimostrare che cifre come il PIL sono concetti sociali – il che è vero ma alquanto marginale. Successivamente affronta la disuguaglianza globale; il salario reale pro-capite spazia da circa 150 euro al mese nelle regioni più povere (come l’Africa sub-sahariana) ai 3000 in quelle più ricche. La distribuzione geografica della produzione globale è sempre stata in evoluzione, chiaramente. La quota spettante all’Europa ha raggiunto l’apice alla vigilia della prima guerra mondiale, mentre quella americana negli anni ’50.

E’ significativo che ne faccia menzione, dal momento che chi critica le preoccupazioni riguardo le disuguaglianze indica un recente calo nelle disparità globali. Piketty ha anche una storia interessante da raccontare riguardo la convergenza globale. I paesi che hanno completato con successo il processo di recupero economico sono tipicamente state economie che hanno auto-finanziato l’industrializzazione grazie ad alti tassi di risparmio domestico. Ma in altre regioni, come l’Africa, una grossa quota del capitale industriale è di proprietà straniera. Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che le istituzioni domenstiche, comprese quelle finanziarie, sono deboli. Ma la proprietà straniera può anche perpetuare la debolezza istituzionale, scrive, dal momento che crea un forte incentivo per i governi a infrangere i contratti ed espropriare capitale estero. Piketty si serve di quest’argomentazione per sostenere che mentre l’apertura porta dei guadagni, questi vantaggi siano quasi interamente dovuti al trasferimento di conoscenza, piuttosto che ai benifici in termini di efficienza del libero mercato e dei flussi di capitale. I benefici degli ultimi sono generalmente modesti. In altri termini: l’accesso a beni globali e ai mercati è utile nella misura in cui facilita un miglioramento nelle capacità tecnologiche di un’economia.
Per quanto ci riguarda, è una posizione fin troppo pessimista sull’apertura ai mercati. Forse l’apertura comporta principalmente l’ingresso della proprietà estera, che mina la forza istituzionale e ritarda la convergenza (obiezione: magari è tutto il contrario!), ma escludere i poveri dai mercati dei beni storicamente è sempre stato un ottimo modo per intrappolarli nella povertà e irrobustire regimi clientelari.

Detto ciò, l’enfasi di Piketty sulla rilevanza del ruolo della diffusione della conoscenza nella distribuzione del reddito (attraverso il tempo e sia tra che all’interno di paesi) è ineccepibile. Come vedremo meglio nei prossimi capitoli.

Articolo originale in Inglese

Ecco perché il sistema matematico pikettyano semplicemente non funziona

Nel suo libro Piketty non risparmia critiche pungenti agli economisti e alla loro pretesa di descrivere i fatti economici secondo modelli matematici. Il rimprovero ai colleghi è probabilmente corretto, ma di certo una maggiore dimestichezza con gli strumenti matematici non farebbe male all’economista francese. Vediamo perché.

Prendiamo la seconda legge fondamentale del capitalismo. Essa afferma che il valore del capitale rispetto all’economia di una nazione – o più semplicemente il rapporto tra capitale e reddito prodotto – sia dato dal rapporto tra il tasso di risparmio e il tasso di crescita dell’economia. β = s / g.

Com’è noto, quando un’economia ristagna il suo tasso di crescita rasenta lo zero. I più ferrati nello studio di funzioni avranno già capito dove vogliamo arrivare: un denominatore tendente a zero fa schizzare il rapporto all’infinito. Ecco il problema: secondo il “sistema” matematico pikettyano, quando l’economia ristagna il valore del capitale tende all’infinito. La situazione descritta dalla legge è chiaramente impossibile.

Ma non è tutto. Questa fallacia ha delle gravi implicazioni anche nella prima legge del capitalismo, che definisce – come detto – la porzione di reddito destinata ai detentori del capitale. Essa è data dal prodotto tra β e r (il tasso di rendimento del capitale) ed è espressa in percentuale. α = r × β

Il fatto che β possa crescere infinitamente porta il prodotto a superare la quota del 100%. In sostanza: il modello pykettiano ammette la possibilità che la quota di reddito spettante ai possessori del capitale superi il totale del reddito prodotto. Le spiegazioni possibili sono due: o i capitalisti sono talmente avidi da impossessarsi persino del reddito inesistente o l’economista dell’Università di Parigi ha scelto gli strumenti matematici sbagliati.

Queste distorte dinamiche del capitale e delle disuguaglianze sono state messe a nudo sul suo blog da George Cooper, il quale ha prodotto delle simulazioni con vari tassi di crescita e tasso di rendimento del capitale costante. Nel grafico sottostante, sono segnati in grassetto i valori impossibili.

piketty tabella cooper

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Una risposta a “Piketty, Il Capitale nel XXI secolo: capitolo primo

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