Piketty, Il Capitale nel XXI secolo: introduzione pt 2

Traduzione di Alessandro Mascaro, con un breve commento di Davide Ferri

Disclaimer: Il testo qui riportato è unicamente una traduzione del lavoro svolto dai giornalisti del periodico britannico The Economist. Il collegamento al post originale in lingua inglese verrà riportato a fine articolo.

Nella prima parte dell’introduzione al Capitale, Piketty delinea il background intellettuale in cui il lavoro si inserisce. Nella seconda, invece, condivide i principali risultati del libro. Il primo è che i livelli di disuguaglianza sono il risultato di scelte politiche, piuttosto che conseguenze determinate di particolari sistemi economici o innovazioni tecnologiche. Se i cambiamenti economici strutturali portino a più o meno ineguaglianze, infatti, è deciso dalla struttura del sistema politico  e dal modo  in cui quest’ultimo sceglie di adattarsi ai cambiamenti verificatisi. Lo “Skill-biased technological change” o “l’economia delle superstar” sono spiegazioni parziali delle crescenti ineguaglianze. Concentrarsi unicamente su questi aspetti potrebbe distrarre dalle vere cause del fenomeno.

Il secondo risultato è che le economie non evolvono naturalmente verso una più equa distribuzione della ricchezza nel loro processo di sviluppo. Ci sono alcune forze che portano a maggiore equità, come la diffusione di nuove tecnologie dalle aree più ricche a quelle più povere – da lui definita come “la principale forza di convergenza”. Ce ne sono altre che portano a maggiori disuguaglianze, tra le quali la possibilità da parte dei ricchi di assicurarsi ulteriori vantaggi economici e politici per se stessi. Per quanto riguarda la diffusione di conoscenza e le sue conseguenze sulle disuguaglianze, Piketty sostiene che essa è direttamente legata alle politiche statali, in particolare agli investimenti in infrastrutture, educazione, ricerca e in un ambiente le cui regolamentazioni possano sviluppare l’imprenditorialità e la competizione. Non è affatto una forza di convergenza naturale: al contrario, su di essa è necessario un lento e laborioso lavoro (a cui quelli con ricchezza e potere potrebbero opporsi).

piketty

Al momento, secondo Piketty, il mondo sta guardando a due dinamiche fondamentali che spingono verso una maggiore disparità di reddito. Una è la crescente disuguaglianza nei redditi da lavoro. E’ un trend facilmente osservabile in America, dove attualmente il 10% delle persone più ricche possiede circa il 50% del reddito nazionale, mentre nei primi tre decenni del dopoguerra essi si limitavano al 35%.
La seconda dinamica è il rendimento della ricchezza.

Piketty introduce un dato che avrà un ruolo di punta in tutto il libro: il rapporto tra ricchezza privata in un’economia e il PIL della stessa. Nei paesi più ricchi questo rapporto si è mantenuto costantemente alto durante il 19esimo secolo, è crollato nel periodo tra le due guerre, e da allora è risalito rapidamente fino a raggiungere quasi le vette iniziali. Nel tentativo di spiegare questo dato, l’economista francese svela una “forza fondamentale di divergenza”: r>g.

La R nella disequazione sopra menzionata sta per rendimento del capitale. E’ doveroso sottolineare che in questo libro il termine capitale è utilizzato come sinonimo di ricchezza, e ricchezza significa semplicemente tutto ciò che non è prodotto da forza lavoro: terre, risorse finanziarie, capitale fisico e così via (il capitale umano non è considerato, in quanto esso aumenta il reddito di lavoro). R, quindi, è il reddito generato da quella ricchezza (ovvero rendite, dividendi, profitti ecc) espresso come una percentuale della ricchezza prodotta dalla totalità dei fattori. La G, invece, simboleggia semplicemente il tasso di crescita dell’economia.

Se e quando r>g, quindi, la ricchezza dovuta ai rendimenti del capitale cresce più velocemente di quella prodotta da lavoro, il rapporto delle rendite rispetto alla ricchezza derivante dalla produzione cresce, e con esso le percentuali di reddito da capitale rispetto al reddito totale. C’è, quindi, un importante corollario: un rallentamento nella crescita economica complessiva è un motore di maggiore concentrazione di ricchezza. Questa relazione costituisce una parte fondamentale delle argomentazioni del libro, sebbene essa non sia propriamente intuitiva: Una minore crescita economica non dovrebbe implicare anche minor rendimento del capitale? Ma ci arriveremo. Dovrebbe essere chiaro, comunque, ciò che Piketty sta cercando di fare: vuole spiegare gran parte della storia economica moderna attraverso poche fondamentali forze che possono essere facilmente riassunte in scritture come r > g. Il valore del suo libro dipenderà, in parte, su quanto noi abbiamo bisogno di astrarre dalla realtà per accettare che la disequazione sia valida sempre e ovunque. Più è la realtà che si riesce a rimuovere da un modello, più è facile dedurre verità universali, e meno interessanti le verità diventano.

Tasso di rendimento vs. tasso di crescita globale, dall’antichità al 2100

E’ giusto sottolineare che Piketty vuole veramente spiegare il mondo reale. Egli chiude l’introduzione con un’interessante presentazione delle sue motivazioni, non facilmente riassumibili qui, le quali includono la storiella che lui ha lasciato l’America per tornare alla sua terra natia perché ha trovato gli economisti americani troppo concentrati sulle teorie e generalmente poco convincenti. Dire ciò non è particolarmente gentile – ci sono tantissimi economisti americani che lavorano su tantissime cose diverse! Il suo trasferimento è sicuramente collegato alla francofilia che pervade tutto il libro e che l’autore (piuttosto inutilmente) cerca di sminuire, asserendo che le argomentazioni del libro non sono in nessun modo influenzato da bias pro-Francia. Nulla in contrario, ovviamente, ma questa francofilia è abbastanza ricorrente ed evidente da dover essere segnalata,


Nell’approcciare al commento della seconda parte dell’introduzione de “Il capitale nel XXI secolo” non possiamo esimerci dal sottolineare la portata delle tesi di Piketty. Innanzitutto, gli economisti sono soliti concordare che nel lungo periodo il progresso determini un processo di convergenza dei livelli di reddito, di istruzione e di conoscenza.

Piketty, invece, sostiene il contrario e ammette che tale tendenza possa verificarsi solo a fronte di un appropriato intervento statale.
Ciò rappresenta una severa critica al pensiero liberista e nega qualsiasi conciliazione, se ancor ritenuta possibile, tra equità ed efficienza.

Peraltro, vediamo come Piketty riduca la spiegazione dell’esistenza delle disuguaglianze ad una singola disequazione, r maggiore di g. Rivolgiamo, dunque, al lettore avveduto il seguente monito: un numero rilevante di apparati teorici che hanno rivoluzionato la scienza economica sono sintetizzabili nella loro unicità e originalità con una equazione; ciò non significa tuttavia che questi non fossero sostenuti e arricchiti da solide fondamenta e basi.L’economia e’ una scienza sociale, che, come soleva ricordare Hayek, studia le interrelazioni individuali nella loro complessità e per questa necessita’ di sistemi complessi.

Starà, quindi, al lettore valutare se l’intuizione di Piketty sia sostenibile, integrato in un corpus coerente.

 

 

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Una risposta a “Piketty, Il Capitale nel XXI secolo: introduzione pt 2

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