Piketty, Il Capitale nel XXI secolo: introduzione pt1

Riassunto dell’introduzione, con un breve commento di Alessandro Mascaro

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Disclaimer: Il testo qui riportato è unicamente una traduzione del lavoro svolto dai giornalisti del periodico britannico The Economist. Il collegamento al post originale in lingua inglese verrà riportato a fine articolo.  

Il Capitale, come da qui in avanti chiamerò il libro di Piketty, è un libro incredibilmente ambizioso. L’autore ha consciamente proposto il libro come un compagno, o addirittura l’equivalente intellettuale, del Capitale di Karl Marx. Come Marx, Piketty vuole fornire una teoria di economia politica globale. Più specificamente, prova a porre la ridistribuzione come il problema centrale dell’economia, e facendo ciò vuole riorientare le nostre percezioni sulla crescita nell’era economica moderna. Il grande vantaggio di Piketty, relativamente ai suoi predecessori, sta nella ricchezza di dati ed analisi compiute da lui stesso e da altri durante gli scorsi 15 anni.

Piketty comincia il suo libro con un’introduzione che consta di due parti. Nella prima descrive la tradizione intellettuale in cui il libro si inserisce. Nella seconda vengono delineati i tratti principali della sua teoria. Affronterò la seconda parte nel prossimo post.

Lo studio dell’economia politica emerse nei primi decenni della Rivoluzione Industriale, nel tardo 18esimo secolo, in Gran Bretagna e in Francia. I grandi pensatori dell’epoca provarono a capire gli importanti cambiamenti economici e sociali del periodo e tentarono di dedurne i meccanismi in modo tale da anticipare gli sviluppi futuri. In larga misura focalizzarono la loro attenzione sulla questione della ridistribuzione, guardando ad essa come un serio problema del sistema capitalistico. Il reverendo Thomas Malthus, per esempio, si preoccupò del fatto che la sovrappopolazione avrebbe abbassato gli stipendi fino ad un livello di sussistenza, creando pericolosi sconvolgimenti politici. Per aggirare questa possibilità, il compassionevole reverendo suggerì che il governo tagliasse l’assistenza ai poveri per limitarne la riproduzione.

L’analisi del 19esimo secolo di David Ricardo fu più moderata, ma allo stesso modo egli si preoccupò della sostenibilità del sistema economico a lui contemporaneo. Ricardo focalizzò la sua attenzione sulla relativa scarsità di fattori di produzione e sull’effetto di questa scarsità sulle quote di reddito nazionale. La produzione e la popolazione crescevano velocemente, mentre i terreni rimanevano fissi, facendo in modo che i prezzi di questi potessero salire alle stelle. Di conseguenza, le rendite fondiarie avrebbero rappresentato una quota sempre crescente di reddito nazionale, minacciando il sistema capitalista.

Le previsioni di Ricardo si rivelarono fallaci nel lungo periodo. Il livello di produttività agricola aumentò, facendo sì che i terreni non fossero una risorsa scarsa per un lungo periodo. Ad ogni modo, risultarono corrette nel breve periodo, e anche il breve periodo conta. Un periodo di pochi decenni in cui il prezzo di una risorsa scarsa sale può portare ad enormi accumulazioni di ricchezza nelle mani di relativamente pochi possessori di capitale. La concentrazione può perdurare anche dopo che innovazioni tecnologiche hanno attenuato la scarsità iniziale: questo è un punto che Piketty considera rilevante nel pensare all’innalzamento dei prezzi per beni immobiliari o per le risorse naturali.

E infine ci fu Marx. Egli, insiema a Engels, fu il primo dei grandi economisti politici a scontrarsi direttamente con gli effetti del capitalismo industriale. Marx stava reagendo alla realtà della crescita industriale del tempo: nel primo secolo di industrializzazione si verificò un continuo incremento di produzione, ma nessun aumento significativo in quanto a salari reali. In un periodo di carestia come quello degli “hungry 1840s”, quando il Manifesto Comunista fu pubblicato, il capitalismo era visto dai lavoratori solo come qualcosa di estremamente ingiusto. Prima che Marx pubblicò il primo capitolo del Capitale, nel 1867, la situazione era leggermente cambiata, ma non abbastanza: la costante crescita dei salari, infatti, contribuì poco a diminuire la concentrazione di ricchezza.

Marx vedeva il Capitalismo come un sistema fondamentalmente fallace che conteneva in se stesso le radici della sua distruzione. Poiché i possessori di capitale erano avidi di guadagni dalla crescita, essi avrebbero accumulato sempre crescenti quantità di capitale. Tutto ciò o avrebbe portato i capitalisti a scontrarsi a vicenda fino ad abbassare il rendimento del capitale a zero, distruggendo così il sistema, o avrebbe permesso ai capitalisti di catturare sempre crescenti quote di reddito nazionale (come i proprietari terrieri in Ricardo), facendo sì che i lavoratori si rivoltassero. Ma anche le previsioni di Marx si rivelarono sbagliate. Secondo Piketty, i suoi errori sono dovuti soprattutto ad una mancanza di dati e al fatto che non riuscì ad anticipare gli effetti che il rapido progresso tecnologico potesse avere sull’importanza della ricchezza precedentemente accumulata.

Quest’ultimo fattore aiuta a delineare uno dei principali elementi della teoria globale di Piketty: il tasso di crescita è estremamente importante nel determinare quanto le ricchezze accumulate nel passato possano influire. Esso, ovviamente, non uguaglia le condizioni dei grandi proprietari di ricchezza a quelle di chi non ne ha, ma sicuramente aiuta quest’ultimi.

Ora, quest’intero filone di lavori teorici fu sconvolto dagli eventi del periodo che va dal 1914 al 1945. Il caos e cambiamenti politici del tempo spazzarono via gran parte della ricchezza mondiale precedentemente accumulata e aprirono la strada ad un boom di rapida e distribuita crescita. Nel frattempo, gli economisti stavano per la primo volta raccogliendo dati dettagliati sui redditi individuali. Così, quando Simon Kuznets iniziò a guardare ai trend di disuguaglianza, negli anni cinquanta, i dati suggerivano che nelle fasi avanzate dello sviluppo capitalista e disuguaglianze tendessero a calare. Quest’idea che le disparità aumentassero per poi diminuire con lo sviluppo dell’economia venne conosciuta con il nome di “Curva di Kuznets”. Per la prima volta dati oggettivi furono utilizzati per analizzare problemi di ridistribuzione, e le novità da essi tratte sembrarono particolarmente buone. La teoria di Kuznets costituisce le fondamenta dell’approccio dell’economia moderna ai problemi di ridistribuzione, nonostante essa fosse basata su un periodo di tempo molto limitato e durante il quale la decrescente ineguaglianza non poteva neanche lontanamente essere considerata il risultato di un processo economico naturale.

Ed è a questo punto che entra in scena Piketty. Per gran parte del 20esimo secolo la distribuzione dei redditi è stato un problema minore nell’economia. La crescita e la gestione del ciclo economico erano di gran lunga le tematiche più sexy.
Questa situazione sta cambiando, in parte anche grazie al lavoro accademico che Piketty ha compiuto. Mentre la crescita dei mercati emergenti ha attenuato le disuguaglianze a livello globale, le differenze di reddito all’interno dei paesi, tra i quali vanno inclusi anche quelli in via di sviluppo, si sono acutizzate. La ritrovata importanza di tematiche quali la scarsità di risorse e la proprietà intellettuale ha contribuito ad una rinascita dell’accumulazione di capitale. Per questo motivo i problemi di ridistribuzione sono ancora attuali. Piketty sostiene che questo sia lo stato naturale delle cose, piuttosto che un’anomalia.

“In un certo senso – Piketty scrive – “all’inizio del 21esimo secolo ci troviamo nella stessa situazione in cui i nostri antenati si trovarono all’inizio del 19esimo secolo: stiamo assistendo a cambiamenti economici impressionanti in tutto il mondo, ed è davvero difficile sapere quanto incisivi essi saranno” Trovarsi in una tale circostanza economica può essere spaventoso e disorientante. Possiamo guardare indietro a Malthus con il piacere della retrospettiva. Coloro che lessero Malthus all’inizio del 19esimo secolo e che conclusero che l’industrializzazione si sarebbe risolta in sollevazioni politiche, miseria e guerra ebbero ragione. Essa ha anche portato a qualcosa di buono, ma il percorso compiuto per arrivarci è stato tutt’altro che agevole e i problemi di ridistribuzione hanno inevitabilmente un ruolo quando la marcia verso la prosperità rallenta o batte temporaneamente in ritirata.

Questo è un libro importante che arriva al momento giusto. E’ anche una lettura divertente e informativa, quindi spero che voi vi uniate a me nel leggerla e nel discuterla.


Come si può leggere nel riassunto dell’Economist sopra riportato, Thomas Piketty presenta il suo libro come l’erede intellettuale del Capitale di Marx. Con esso, a dire il vero, condivide poco: l’impianto fondamentalmente critico dell’attuale sistema economico non è una condizione sufficiente a distinguerlo da tantissimi altri lavori economici che si sono proposti di risolvere dei problemi. Tuttavia, l’economista francese condivide con il filosofo tedesco una caratteristica altrettanto importante: il tempismo. Quando, nel suo Manifesto, Marx scriveva che uno spettro si aggirava per l’Europa, egli stava innanzitutto ritraendo lo scenario e i sentimenti dell’epoca, caratterizzata da grandi sconvolgimenti sociali dovuti alla Rivoluzione Industriale.

Allo stesso modo, l’opera di Piketty si inserisce in un contesto, quello odierno, contraddistinto da una sempre maggiore inquietudine e sensazione di ingiustizia che pervadono soprattutto gli strati più bassi della società. Il Capitale nel XXI secolo, infatti, costituisce una sistematizzazione storica ed economica dei contenuti già espressi, per esempio, dal movimento Occupy Wall Street verso fine 2011, con il famoso slogan “We’re the 99%”.

Probabilmente, è proprio questo il motivo per cui il libro è stato così ben accolto: le tesi di Piketty forniscono una spiegazione più elaborata di qualcosa che appare evidente. Tuttavia, come avremo modo di mostrare nei prossimi post, esse non sono necessariamente corrette.

Fonti:
http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2014/02/book-clubs

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2 risposte a “Piketty, Il Capitale nel XXI secolo: introduzione pt1

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