Il lavoro secondo Pietro Ichino, tra disinformazione e miti da sfatare. di Alessandro Mascaro

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In un contesto politico-economico delicato e instabile, la semplice domanda “Cosa farò da grande?” che qualsiasi ragazzo si pone nel suo cammino scolastico può risultare irritante, scoraggiante. I dati che ci vengono propinati ogni giorno, effettivamente, descrivono una situazione non certo rosea: l’Istat parla di un tasso di disoccupazione al 12.7% per il mese di Dicembre, mentre per quanto riguarda i giovani il tasso è nientemeno che il 41.6%. Tuttavia, basare la propria analisi unicamente su questi dati non è solo superficiale, ma intellettualmente disonesto: elencare solo i risultati negativi non permette di conoscere a fondo i meccanismi e le storture che rendono il mercato così inefficiente. L’incontro con Pietro Ichino ha avuto proprio lo scopo di approfondire questa tematica così bistrattata, offrendo dati meno semplicistici e un punto di vista inusuale in questo Paese. La presentazione del suo ultimo libro “Il lavoro spiegato ai ragazzi”, tenutasi lo scorso 3 febbraio al Liceo classico Berchet di Milano e organizzata insieme a New Lib Society, è stata a tratti illuminante.

Il primo mito che il senatore si è premurato di sfatare, non appena è iniziata la conferenza, è quello di una cosiddetta Jobless growth, ovvero l’idea per cui lo sviluppo tecnologico permetta crescita economica senza creare nuovi posti di lavoro. Molti vedono in essa la causa degli svilenti dati che citavo sopra, ma, secondo Ichino, la situazione sarebbe diversa e gli scarsi risultati sarebbero dovuti a problemi strutturali tipicamente italiani. I dati parlano, infatti, di 10 milioni di contratti di lavoro attivati solo nel 2012 e ben ripartiti tra Nord, Centro e Sud, il 17% dei quali a tempo indeterminato. Non solo: il rapporto Excelsior Unioncamere segnala che, nel 2011, in piena crisi, almeno 117.000 offerte di lavoro sono rimaste insoddisfatte, sia perché non si sono presentati candidati, sia perché i candidati non si sono rivelati all’altezza delle richieste (skill shortage). E’ corretto, dunque, parlare di Jobless growth oppure il lavoro c’è, ma non si vede? Per quale motivo succede tutto questo? Il senatore Ichino individua le cause di questo problema nella mancanza di un corretto orientamento scolastico, nelle eccessive barriere all’entrata che si manifestano nel cosiddetto conflitto Insider-Outsider e in un sistema fiscale che tarpa le ali delle aziende italiane ed è poco attraente agli occhi degli investitori esteri.

Agli occhi del senatore, un corretto orientamento scolastico e professionale dovrebbe, innanzitutto, essere capace di raggiungere ogni ragazzo o adulto alla fine di un ciclo scolastico, raccogliendo e fornendo informazioni dettagliate sulle opportunità lavorative che ogni corso o facoltà offre agli utenti. La carenza di questo tipo di servizio è esemplificata da una piccola statistica che Ichino ha presentato. In Svezia, il 40% degli adolescenti dichiara di prevedere un lavoro che includa attività manuale; in Italia, solo il 5% dà la stessa risposta. In entrambi i paesi, però, il 50% dei nuovi impieghi richiede attività manuale. Eppure, si direbbe, sviluppare delle aspettative è necessario per una scelta di formazione consapevole.
Una corretta raccolta e diffusione dei dati sarebbe utile non solo ad indirizzare correttamente gli studenti, ma anche ad operare scelte intelligenti nell’utilizzo della spesa pubblica per l’istruzione, modificando o chiudendo gli indirizzi inefficienti e potenziando i migliori. Purtroppo l’Italia è caratterizzata, anche in questo settore, da una forte resistenza al cambiamento, dovuta principalmente ad una visione dell’istruzione come esclusivamente vocazionale e alla riluttanza degli addetti alla formazione negli indirizzi meno richiesti dal mercato a cambiare o a perdere le loro posizioni che in questo momento rappresentano più un peso che un beneficio per questo paese.

La seconda grande causa del malfunzionamento del mercato occupazionale è identificata nel già citato Conflitto insider-outsider, ovvero nel dualismo creatosi tra i lavoratori già assunti ed integrati (gli insider) che cercano di porre sempre maggiori barriere all’entrata agli outsider.
In Italia, paradossalmente, i sindacati non hanno fatto altro che accentuare questo conflitto. Essi hanno riservato la loro giusta lotta per la difesa dei diritti dei lavoratori esclusivamente a beneficio degli insider, concedendo tutele eccessive e poco intelligenti contro il licenziamento che hanno aumentato il costo di separazione per le aziende, ovvero il costo necessario ad interrompere il contratto di lavoro.
Tutto questo, apparentemente corretto, ha portato all’inamovibilità di elementi improduttivi a sfavore di outsider più efficienti, proteggendo alcuni a discapito di altri. La battaglia per l’abolizione dell’Articolo 18 ha avuto come obiettivo proprio quello di cambiare questo sistema, dirigendolo verso un modello di Flexsecurity già utilizzato in altri paesi e che prevede bassi costi di licenziamento e di turnover, compensati da una maggiore assistenza alla persona inoccupata e alla sua reintegrazione nel mercato lavorativo, attraverso percorsi di riorientamento e di formazione.

L’ultima grande problematica è data dal Cuneo fiscale, ovvero dall’eccessivo peso delle imposte che gravano sul costo complessivo del lavoro. Secondi i dati Ocse , il 47,6% della retribuzione complessiva se ne va in tasse: concretamente, di 2100 euro versati dal datore di lavoro, solo 1000 arrivano al dipendente. Il cuneo fiscale ha un grandissimo impatto sul mercato italiano, in quanto favorisce il lavoro nero, di gran lunga meno oneroso, e allontana gli investitori esteri, che preferiranno sempre paesi dove la manodopera ugualmente qualificata costa di meno.
Il motivo di un così alto livello di imposizione fiscale è l’altrettanto alto livello di spesa pubblica, spesso improduttiva e mal gestita, talvolta anche inutile, ma la cui riduzione è un tabù per gran parte dei politici italiani.
A questo proposito, pungolato dalla domanda di uno studente, il senatore si è espresso su un tema che è stato centrale nel dibattito precedente le ultime elezioni politiche: l’innalzamento dell’età pensionabile operato dal governo Monti. Molte persone si sono espresse a riguardo affermando che essa non abbia fatto altro che aggravare la disoccupazione giovanile. Niente di più falso: ci sono molti studi economici che dimostrano il contrario. Prima della riforma Fornero, infatti, l’età pensionabile era di 57 anni. I dati della Banca Mondiale ci informano che l’aspettativa di vita media di un italiano è di 82 anni: questo significherebbe 25 anni di pensione, che non sono coperti dai contributi versati con l’attuale livello di tassazione e creano, dunque, un disavanzo che lo Stato va a coprire indebitandosi o attingendo risorse da altre fonti. Da qui la necessità di un innalzamento. I dieci anni di pensione tolti nel 2011 permettono allo Stato di liberare risorse per una spesa sociale diversa, che non si occupi semplicemente di mantenere, ma di assistere i bisognosi attraverso servizi provvisti dallo Stato: un tale approccio crea la possibilità di assumere personale di servizio producendo anche posti di lavoro.

Nonostante molte considerazioni vengano quotidianamente avanzate a riguardo delle tematiche di cui sopra, molto spesso si dibatte sulla base di informazioni parziali ed incomplete; questo determina, di frequente, storture e distorsioni della realtà. Perché, dunque, la discussione possa essere proficua, è necessario stimolare l’acquisizione di conoscenze più profonde e comprensive dei problemi, nonché favorire un approccio critico all’individuazione delle cause e soluzioni. E’ proprio in questo senso che noi ragazzi di New Lib Society vogliamo muoverci, sussurrare queste parole: non limitarti a osservare la realtà, cerca innanzitutto di osservare come la osservi. Sono, quindi, i dati di univoco significato ed interpretazione? Non è forse fallace l’apparenza? Come integrare diverse idee e posizioni in un unico complesso? Che questo incontro abbia rappresentato il primo passo di un lungo cammino in cerca di tali risposte.

Alessandro Mascaro

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