Liberalismo ed elitismo: una prospettiva conciliatoria. di Davide Biagio Ferri

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Ringrazio per i commenti e il prezioso sostegno A.Casarico, F.Fabbri, G.Mantegazza, A.Mascaro, P. Mei Innocenti e F. Ruggieri.

 

Tradizionalmente la critica della filosofia politica è convenuta sulla inconciliabilità tra elitismo e liberalismo classico.

Una riduzione a sommi capi delle due concezioni potrebbe innanzitutto consistere nelle seguenti affermazioni:
Il liberalismo predica il perseguimento delle libertà individuali, le quali in questa sede intenderemo nella loro forma più ampia possibile, l’etilismo, d’altro canto,
sostiene l’esistenza di subordinazione sostanziale tra gli uomini che finisce per riflettersi in una dipendenza politica.

Se i termini della questione fossero quelli premessi, allora tali correnti di pensiero potrebbero essere evidentemente tacciate di incompatibilità. Infatti, la dipendenza politica
porrebbe una limitazione alle libertà individuali e, viceversa, l’esigenza di preservazione delle libertà individuali costituirebbe una parziale negazione del potere dell’Èlite. Dunque, cerchiamo di riconsiderare i termini della questione.

E’ stata spesso sottolineata la valenza descrittiva piuttosto che prescrittiva della teoria
elitista: in altri termini, questa concezione non avrebbe ambizione di sostenere e proporre
una certa disposizione e struttura della società, bensi’ si limiterebbe ad esporre le naturali
dinamiche che regolano l’organizzazione di una collettività umana e i risultati
che ne derivano. Ci si chiede semplicemente come la società si svilupperebbe in assenza di
vincoli esogeni, determinati, cioè, da altro rispetto all’uomo; in questo senso viene adoperato il termine “naturale”. Ebbene, la subordinazione
sostanziale sarebbe la causa determinante della dipendenza politica, la quale si rivela
essere un fenomeno inevitabile. Qualunque forma costituzionale non sarà che lo strumento di  assoggettamento della maggioranza da parte di una minoranza, definita Èlite.

Supponiamo,ora, di avallare tale disamina: ci rendiamo conto che questa costituisce una ipotesi forte al proseguimento del discorso, ma in fondo il nostro obiettivo è dimostrare l’esistenza di un singolo caso in cui le due concezioni non siano inconsistenti. Dunque, per quanto restrittivo, questo presupposto è accettabile.
La teoria liberale in questo caso non può che dirsi elitista nel senso di cui sopra: se infatti affermiamo che il fine di un liberale consiste nel conseguimento delle libertà individuali e che l’affermazione di queste contribuisce a generare subordinazione,
allora ciascun liberale non può che ritenersi elitista. Quindi, possiamo, a buon diritto, sostenere che entro le ipotesi considerate il liberalismo sia condizione sufficiente dell’elitismo.

Appare naturale ora chiedersi se anche il contrario sia verificato. Esiste cioè un rapporto di doppia implicazione?
Dato che gli unici vincoli alla proposizione ed imposizione di una Èlite consistono nella presenza di subordinazione sostanziale e, di contrasto, nell’assenza di vincoli esogeni, l’esistenza di libertà individuali rappresenta semplicemente un accidente superfluo.
A rigore il controllo di una minoranza sulla maggioranza si verifica tanto in una società libera, quanto in una asservita.
Dunque, l’elitismo è semplicemente condizione necessaria del liberalismo.

Abbiamo, dunque, considerato le modalità in cui, a partire dall’accettazione della tesi elitista, una conciliazione tra liberalismo ed elitismo non sia solamente possibile, bensi’ necessaria. Allarghiamo, quindi, il campo d’indagine e facciamo un passo indietro:
finora il nostro ragionamento ha trattato la tesi elitista quale postulato, il che, come già sottolineato, rappresenta una notevole restrizione. Quali sono le ragioni, dunque, che dovrebbero indurre un liberale a condividere i presupposti elitisti? Queste vanno ricercate nella stretta correlazione esistente tra eterogeneità e subordinazione. Il liberalismo sottolinea l’importanza dell’eterogeneità all’interno del genere umano e promuove le libertà civili quale strumento d’espressione della stessa. Ebbene, tale
varietà può intendersi sia di carattere qualitativo che quantitativo. Che intendiamo significare con l’utilizzo di questi ultimi aggettivi?
Esseri che differiscono da un punto di vista qualitativo non sono rapportabili né confrontabili, dato che presentano attributi essenziali non correlabili. In altre parole, si riconosce che siano diversi, ma nessuno è “di più” o “meno” dell’altro. D’altro canto, eterogeneità quantitativa presuppone esattamente il contrario: nella molteplicità attributiva è possibile quantificare il grado di perfettibilità relativa degli esseri
e, quindi, porli in relazione. Esiste, cioè, riducendo il ragionamento ai minimi termini, una “maggiore” e una”minore” espressione dell’ente.

Tornando a noi, notiamo che il primo genere di varietà non comporta alcuna disparità, mentre il secondo è chiaramente correlato alla subordinazione sostanziale, la quale nella prospettiva elitista è proprio il principio dello stato di minorità in cui versano le masse. In definitiva, i punti di partenza delle due concezioni, per quanto sviluppati
diversamente, possono coincidere.

Un lettore avveduto potrebbe obiettare che finora noi abbiamo solamente sviato il problema fondamentale, al quale già nei primi due paragrafi avevamo fatto cenno. Ammettiamo pure che liberalismo ed elitismo siano conciliabili in prima istanza per le ragioni di cui sopra, cosa, però, se l’Èlite affermatasi negasse le libertà individuali al fine di accrescere il proprio potere? Ciò non confuta la conciliabilità dei termini in assoluto, a fronte dei precedenti chiarimenti concettuali. Non dobbiamo confondere i risultati di un processo con la descrizione dello stesso: a quest’ultimo l’elitismo si riferisce e sempre su quest’ultimo la conciliabilità è misurata.
Qualunque determinazione comporti la proposizione di una Èlite non toglie che la dinamica di strutturazione politica proposta possa risultare assolutamente veridica rispetto ad un prospettiva liberale. Semmai sarà compito del liberale prodigarsi
affinché le libertà individuali siano garantite e dalla diversità possa emergere sempre la massima espressione dell’umanità: in altri termini, le libertà garantiscono che le Èlite siano sempre sottoposte al vaglio della “concorrenza” e che la società sia guidata sempre
da ciò che la disputa avrà decretato essere migliore.

In sintesi, la fiducia nel potere della libertà e la convinzione dell’esistenza di subordinazione sostanziale e, quindi, politica possono essere compatibili.

 

Davide Biagio Ferri

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2 risposte a “Liberalismo ed elitismo: una prospettiva conciliatoria. di Davide Biagio Ferri

  1. Ciao Jacopo,
    ti ringrazio innanzitutto per il commento e mi scuso per il ritardo nella risposta. Non credo purtroppo di aver inteso appieno la tua obiezione e, dunque, azzarderò una interpretazione, la quale ti chiedo di confermare o, eventualmente, smentire.
    Il fatto che la teoria liberale, entro le ipotesi considerate, debba ritenersi elitista non implica che questa debba accettare o condividere tutte le conseguenze riferibili a quest’ultima. Significa semplicemente che il liberale deve accettare che la collettività priva di vincoli si strutturi a piramide e che esista subordinazione. Se poi ciò a cui tale subordinazione porta viola i principi liberali, allora incompatibilità si rivela e il liberale deve necessariamente ergersi a protezioni di tali fondamenta. Dunque no, comunismo “materiale” e liberalismo “culturale” non sono certamente conciliabili.
    Se invece tu ti riferivi soltanto ad una correlazione causale tra liberalismo e sfruttamento economico, allora non stavi affatto ponendo una obiezione, ma esprimevi lo stesso concetto di cui sopra con parole e prospettive diverse. Infatti quello che tu definisci “sfruttamento economico” altro non è che subordinazione, la quale, come sostenuto, il liberalismo contribuisce a creare.
    Spero di aver risposto adeguatamente.
    Un saluto e un rinnovato ringraziamento,
    Davide

  2. Ma se la subordinazione è nella natura delle cose, allora lo è anche lo sfruttamento economico. Possiamo forse pensare di conciliare liberalismo culturale e comunismo materiale?

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